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Elon Musk "scopre" che i Bitcoin inquinano e li abbandona: crollo della criptovaluta

·Giornalista, L'HuffPost
·1 minuto per la lettura
BERLIN, GERMANY DECEMBER 01:  SpaceX owner and Tesla CEO Elon Musk poses on the red carpet of the Axel Springer Award 2020 on December 01, 2020 in Berlin, Germany.  (Photo by Britta Pedersen-Pool/Getty Images) (Photo: Pool via Getty Images)
BERLIN, GERMANY DECEMBER 01: SpaceX owner and Tesla CEO Elon Musk poses on the red carpet of the Axel Springer Award 2020 on December 01, 2020 in Berlin, Germany. (Photo by Britta Pedersen-Pool/Getty Images) (Photo: Pool via Getty Images)

Elon Musk fa retromarcia sul Bitcoin e la criptovaluta crolla del 16% scendendo da 51.000 ad un minimo di 46.045 euro. Su Twitter il padron di Tesla ha mostrato preoccupazione per l’utilizzo di fonti fossili nella produzione del bitcoin, annunciando che il gruppo non lo accetterà più come forma di pagamento delle auto del marchio, preferendo eventuali altre criptovalute che generano minore inquinamento. Musk ha anche precisato però che non venderà i bitcoin in proprio possesso.

“Siamo preoccupati per il rapido aumento dell’uso di combustibili fossili per l’estrazione e le transazioni di bitcoin, in particolare di carbone, che ha le peggiori emissioni di qualsiasi combustibile”, è il tweet di Musk. “La criptovaluta è una buona idea a molti livelli e crediamo che abbia un futuro promettente, ma questo non può avere un grande costo per l’ambiente”, aggiunge l’ad di Tesla, da sempre sponsor della moneta virtuale.

Il processo di generazione dei bitcoin prevede la risoluzione di calcoli estremamente complessi che richiedono computer molto potenti e processori ad alte prestazioni. Il ‘mining’ del bitcoin, letteralmente l’estrazione della criptovaluta, richiede dunque l’utilizzo di una sorta di supercomputer, equipaggiati con decine di processori, e che richiedono sistemi di raffreddamento molto efficienti e avidi di energia, indispensabili per evitare il surriscaldamento delle macchine.

Secondo un team di ricercatori dell’Università di Cambridge, l’elaborazione a livello mondiale della moneta consuma una quantità di energia elettrica pari al fabbisogno dell’intera Argentina.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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