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Emerge qualche dubbio sull’accordo USA-Cina

Pierluigi Gerbino
 

Sono parecchie settimane, anzi è dall’estate, che tutta la narrazione che viene raccontata per invogliare gli investitori a comprare a piene mani l’azionario, senza guardare troppo per il sottile, si basa sull’esito positivo delle trattative che dovrebbero fermare la guerra commerciale tra USA e Cina.

L’idea che i mercati hanno è basata sulla teoria delle aspettative razionali. E’ la teoria che ha ispirato per decenni la guerra fredda e la deterrenza basata su ordigni nucleari sempre più potenti: siccome usarli causerebbe la distruzione reciproca, nessuna bomba atomica moderna è stata mai lanciata.

Analogamente, nella guerra dei dazi, dato che entrambi i giocatori in campo sanno che il prolungamento del protezionismo danneggia entrambi (oltre che l’intero commercio globale), una soluzione per il disarmo deve essere trovata.

Ma il problema principale è: siamo sicuri che entrambi i contendenti siano razionali? O, meglio, quali sono i danni ed i vantaggi che nelle decisioni si mettono sul piatto della bilancia prima di prendere le decisioni?

Se tutti fossimo sempre razionali nessuna guerra sarebbe mai combattuta e nessuna arma verrebbe mai usata. Nel caso della guerra dei dazi, un comportamento razionale avrebbero dovuto impedire anche di iniziarla. A meno che anche questa guerra, come tutte le guerre, venga combattuta non per perseguire un interesse collettivo, ma un tornaconto personale per chi gestisce il potere (gloria, consenso, vittoria elettorale). Insomma, le guerre vengono combattute dai popoli per i potenti di turno, perché a loro conviene. Ed il popolo ne subisce le conseguenze, credendo che morire per la patria sia inevitabile.

Abbiamo avuto esempi eclatanti e clamorosi nella storia, anche recente. Ricordo solo l’ultimo di questi: la guerra al terrorismo, lanciata da George Bush per ottenere la rielezione al secondo mandato, costata molte migliaia di vite umane, tra soldati americani e civili afgani e mediorientali, con conseguenze che ci portiamo appresso ancora oggi.

Con la guerra dei dazi credo che Trump stia facendo una cosa simile. Il suo merito, se vogliamo dire così, è quello di aver trovato un mezzo incruento per manipolare l’opinione pubblica americana ed ottenere la rielezione. Non c’è dubbio che sia più sopportabile una sofferenza in termini di minor benessere economico piuttosto che una campagna militare che costi migliaia di vite umane.

Pertanto Trump a metà del suo primo mandato ha aperto le ostilità con il resto del mondo e specialmente con la Cina, il principale antagonista economico, che è stato in grado di lucrare intelligentemente una crescita enorme con la liberalizzazione dei commerci. Lo scopo era quello di creare un nemico esterno da combattere per mantenere il potere interno. In fondo l’esempio di Bush lo deve aver rassicurato. Gli americani, individuato un nemico da combattere, ed opportunamente aizzati con la retorica patriottica, sono stati in grado nel novembre 2004 di rieleggere per il secondo mandato da Presidente USA un imbecille che non ne azzeccava una, per il semplice motivo che la retorica patriottica impone che in caso di guerra in corso (era quella contro i talebani in Afghanistan e contro Saddam Hussein in Iraq) il comandante in capo non si deve cambiare.

Forse Trump pensava che una guerra lampo tariffaria avrebbe portato i cinesi ad inginocchiarsi presto davanti a lui e concedere chissà quali correzioni allo squilibrio commerciale, che gli permettessero di galvanizzare i suoi elettori.

Ma, come abbiamo constatato in Iraq, quando non si ha una esatta percezione delle forze e delle difficoltà da affrontare sul campo, le guerre nascono con l’intenzione di essere rapide, ma spesso diventano eterne.

Trump, dopo aver mollato diversi ceffoni tariffari alla Cina, si trova ora nell’ultimo anno del suo mandato, con la necessità e l’urgenza di mostrare una vittoria all’elettorato. Anche perché molti nodi stanno venendo al pettine e, come spesso accade, chi semina vento raccoglie tempesta. Trump è alle prese con una procedura di impeachment che sta portando agli occhi dell’opinione pubblica USA, che segue le udienze come un reality show, parecchie testimonianze di membri dell’amministrazione che lo stanno inchiodando alle sue responsabilità. Non so se questo basterà a destituirlo. Probabilmente no. La procedura prevede che il voto finale sia dato al Senato con la maggioranza qualificata dei membri, e per ora non si vedono ancora defezioni significative nella maggioranza, che è in mano ai repubblicani, schierati compatti in sua difesa.

Ma sta provocando serie incrinature alla sua immagine elettorale. Infatti il suo partito ha perso tutte le elezioni locali di 3-4 stati che si sono svolte negli ultimi 15 giorni. La sua immagine “uomo che non deve chiedere mai” sta vacillando ed ha urgente bisogno di portare a casa un successo.

Perciò sebbene lui ripeta che sono i cinesi a volere disperatamente l’accordo, in realtà è lui che ha fretta. I cinesi lo hanno capito e al momento pretendono la sua capitolazione, cioè che tolga i dazi ora in vigore come precondizione per firmare l’accordo di Fase 1. Il quale, peraltro, non è noto ufficialmente, ma sembra essere abbastanza carente di risultati per gli americani, mentre tutti i temi più spinosi, come la tutela della proprietà intellettuale e l’obbligo di fare compartecipazioni con imprese cinesi per le imprese americane che vogliono investire in Cina, pare che siano rinviati. In attesa che Trump ceda e tolga i dazi, le trattative sono sostanzialmente ferme.

Il problema di Trump ora è: accettare di andare a Canossa per avere l’accordo subito, oppure tentare l’azzardo di far saltare il banco per verificare l’ostinazione dei cinesi.

Io penso che l’istinto lo stia spingendo verso la seconda soluzione, come succede agli animali che, quando si sentono in difficoltà, attaccano.

La ragione lo farebbe propendere per la prima soluzione, a patto che riesca a travestire la sconfitta con le sembianze almeno di una vittoria parziale. Solo in questo caso avrebbe la possibilità di lucrare qualcosa in termini di immagine.

La partita perciò è in pieno svolgimento. Molto dipenderà dai cinesi, che debbono scegliere se contribuire col loro comportamento rigido ad abbattere Trump, col rischio di ritrovarsi tra un anno un democratico magari ostile alla Cina più di Trump, oppure accontentarsi di aver concesso poco e concedergli di sbandierare come grande vittoria l’accordicchio che è riuscito a raffazzonare.

Forse i mercati si stanno rendendo conto di aver dato per scontato una vittoria che non ci può essere e cominciano ad avere qualche dubbio di essersi portati troppo avanti.

Del resto un accordo previa riduzione dei dazi favorirebbe la ripresa dell’economia globale, ma assesterebbe a Trump un deciso schiaffone e magari ne segnerebbe la sconfitta. E la caduta di Trump sarebbe un colpo duro agli interessi di Wall Street.

Ma un accordicchio senza eliminare le tariffe sarebbe come un cestino vuoto portato al pic-nic. E l’economia continuerebbe a rallentare.

Insomma. Comunque vada a finire forse un colpo di freno all’entusiasmo sarebbe doveroso.

 

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online