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Eni chiede di patteggiare 11,8 milioni euro per uscire da inchiesta Congo

·2 minuto per la lettura
Il logo Eni davanti a una stazione di servizio a Roma

MILANO (Reuters) - Eni ha depositato in procura a Milano una richiesta di patteggiamento nell'inchiesta sul rinnovo di alcune licenze estrattive in Congo dopo che i pm hanno derubricato l'ipotesi di reato da corruzione internazionale a induzione indebita.

Lo hanno riferito due fonti a diretta conoscenza del dossier aggiungendo che la richiesta di patteggiamento, a cui la procura ha dato parere favorevole, consta in una pena concordata di 800.000 euro e una confisca di 11 milioni come profitto del presunto reato.

Non è stato possibile ottenere una dichiarazione da Eni al momento.

I legali del gruppo petrolifero, hanno detto le fonti, hanno depositato la richiesta lo scorso 15 marzo e oggi il fascicolo è andato all'ufficio del gip Sofia Fioretta che deciderà se ratificare il patteggiamento nell'udienza del prossimo 25 marzo.

L'istituto del patteggiamento in Italia non comporta una ammissione di colpevolezza o responsabilità.

L'udienza in corso davanti al gip riguarda la richiesta di una misura interdittiva nei confronti di Eni avanzata dalla procura di Milano che chiedeva lo stop di due anni allo sfruttamento di sette campi petroliferi congolesi o, in subordine, un commissariamento per la gestione di quei campi.

La ratifica del patteggiamento farebbe ovviamente cadere anche questa richiesta ed Eni uscirebbe completamente dall'indagine.

L'inchiesta, di cui la stessa Eni aveva dato notizia nel 2018, riguardava l'ipotesi che il gruppo italiano, per ottenere nel 2015 i rinnovi dei permessi petroliferi, avesse accettato di cedere quote azionarie delle licenze a una azienda congolese dietro cui si sarebbero celati funzionari pubblici congolesi.

Eni ha sempre negato ogni illecito e affermato di non aver avuto nessun ruolo nell'assegnazione delle licenze o nella scelta governativa del proprio partner locale.

Ieri Eni è stata assolta insieme ad altri 13 imputati fra i quali l'AD Claudio Descalzi e Shell, al termine del processo di primo grado sulle presunte tangenti in Nigeria

(Emilio Parodi, in redazione a Milano Sabina Suzzi)