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Enzo Mari è il puzzle di una montagna

Di Sara Marzullo
·6 minuto per la lettura
Photo credit: Mondadori Portfolio - Getty Images
Photo credit: Mondadori Portfolio - Getty Images

From Esquire

“A cosa serve una montagna? Perché la luna possa tramontare” è la frase che campeggia sull’edizione del 1966 de La rappresentazione del mondo nel fanciullo di Jean Piaget. A curare il progetto grafico per Bollati Boringhieri è Enzo Mari, che per comporre la copertina usa una foto del figlio: quel volto è moltiplicato all’infinito, frammentato, catturato all’interno di un prisma, per sempre bambino. È una delle storie che Michele Mari racconta in Asterusher, la sua Autobiografia per feticci: di sé dice “prigioniero di un libro, prigioniero dei libri”. Mi è tornata in mente quando ho letto l’annuncio che Stefano Boeri ha fatto della scomparsa di Mari: “Ciao Enzo. Te ne vai da Gigante”. Gigante, pensavo, come montagna, luna - sembra una fiaba.

Solo pochi giorni fa alla Triennale di Milano è stata inaugurata la retrospettiva, curata da Hans Ulrich Obrist con Francesca Giacomelli, che celebra la grandezza di Enzo Mari come progettista e teorico, un percorso storico accompagnato da omaggi di artisti contemporanei. Dalle foto si distingue subito il contributo di Nanda Vigo, con cui la maestra della luce, scomparsa lo scorso maggio, ha reinterpretato i 16 animali di Mari, trasformando quel piccolo zoo in una folla di led colorati, sospesi a mezz’aria.

Photo credit: Gianluca Di Ioia/La Triennale di Milano
Photo credit: Gianluca Di Ioia/La Triennale di Milano

A ventiquattr’ore da Enzo Mari, se ne è andata anche la moglie Lea Vergine, grandissima curatrice e critica d’arte: nella differenza delle soluzioni e delle visioni (Mari diceva che a lei non interessava il design, neanche il suo, e lei sosteneva che l’arte non era necessaria, ma era il superfluo, quello che serve alla felicità, benzodiazepina), sono stati compagni di vita, da quando si erano conosciuti negli anni 60.

Photo credit: Leonardo Cendamo - Getty Images
Photo credit: Leonardo Cendamo - Getty Images

Di questa mostra alla Triennale si dice che è stata finalmente inaugurata, si scrive che è successo appena in tempo, ma quello che è sempre detestabile dei tributi e dei ricordi che si pubblicano quando scompaiono le persone è che vogliono trasformare tutto in simbolo, in immagine, perché le cose funzionino come funzionava il progetto di Mari per i 16 animali: una struttura multipla dove tutte le forme sono incastrate l’una con l’altra, ricavate da un’unica tavola rettangolare di legno, con un unico taglio continuo, senza sprechi, senza parti in eccesso.

Photo credit: Courtesy Federico Villa
Photo credit: Courtesy Federico Villa

Non so se sia la consequenzialità o la predestinazione a sembrare più rassicurante, ma mi sono sempre parse due forme di sottrazione che rendono la vita altrui una lista di elementi da montare l’uno sull’altro, fin quando, tutto a un tratto, non ci restituiscono un’immagine di senso. Eppure oggi mi chiedo se le montagne e i giganti non si possano capire solo così, parzialmente, un pezzetto alla volta, scomponendo e ricomponendo i ritratti che ne abbiamo.

Photo credit: Courtesy Federico Villa
Photo credit: Courtesy Federico Villa

C’è un passaggio di Leggenda privata in cui Michele Mari racconta che da piccolo gli era stata regalata una piccola macchinetta di ferro per farsi i puzzle da sé e che “per il Natale del 1969, ridussi in pezzettini due grandi cartoni, sui quali avevo dipinto con i pennarelli i ritratti di mio padre e di mia madre, cui i puzzle erano destinati in regalo”. Lui, il bambino moltiplicato sulla copertina di Piaget, scrive che “già nel disegno ebbi la sensazione di definire i miei genitori”; che nel processo di sfarli e rifarli poi, si sentiva come uno “scienziato che riduce il caos a una ratio”.

Quando anni dopo si ritrova a ricomporre quel puzzle “con l’ansia di scoprire cosa avessi disegnato (non essendoci illustrazione di riferimento)”, ricorda quale fosse quella definizione originaria: messi tutti i pezzi insieme, gli appare di fronte il padre come lo aveva visto nel 1969, imperioso, barbuto, insieme ai suoi strumenti, alle sue opere - inscindibile dalla sua matita, nella posizione di chi sta per disegnare. Quel ritratto, quella definizione ci sembra di riconoscerla anche a noi: come se avessimo finalmente messo in ordine i pezzi che avevamo trovato sparsi in tutti i libri, nei personaggi, nei racconti del figlio, e che ora ci restituivano quel padre leggendario tutto d’un tratto, nella sua enormità.

Photo credit: Gianluca Di Ioia/La Triennale di Milano
Photo credit: Gianluca Di Ioia/La Triennale di Milano

A quale fosse il suo stato mentale, Enzo Mari aveva risposto chiarezza, quando nel 1994 si era sottoposto a un questionario proustiano, oggi ripubblicato da Designboom, che la sua caratteristica più marcata era la forza d’animo, che avrebbe voluto essere un astronomo o Jacques Cousteau, che detestava la noia e le persone stupide. Le domande sono 37 - e le risposte 37 pezzi di un puzzle in cui non manca niente, non il sesso, non la politica, né una certa durezza: la somma dà sempre Enzo Mari, così come lo ricordiamo, anche senza averlo conosciuto. Quando gli chiedono quale sia la sua idea di felicità, dice soltanto “in un mondo circondato dall’acqua essere delegato a costruire le barche”.

Photo credit: Courtesy Ramak Fazel
Photo credit: Courtesy Ramak Fazel

Enzo Mari si è sempre definito un progettista, la parola design era venuta dopo e c’entrava più col sistema del denaro che con la funzionalità delle operazioni. Il design di oggi per lui era uno spreco, “puro manierismo per incrostare gli oggetti”, sosteneva di progettare per i prossimi cento o mille anni - come le architetture, le cose devono sopravviverci. Alessandro Mendini di lui diceva che se non ci fossero stati i suoi oggetti gli sarebbe importato poco: “Mari invece è la coscienza di tutti noi, è la coscienza dei designer, questo importa”, che è una frase che forse sa dare la misura di come ogni cosa toccata da Mari, ogni risposta, ogni oggetto, ne condividesse lo stesso spirito, ne fosse infusa. Mi sembra che possiamo leggere i suoi libri, ascoltarlo parlare, oppure guardare uno dei suoi progetti e trarne la stessa impressione, la stessa definizione: è tutto lì, Mari è una coscienza, uno spirito, quello che resta - come le montagne.

Come uno scrittore sperimentale, come un’avanguardia del Novecento, Enzo Mari ha forse nascosto la sua autobiografia migliore nelle istruzioni di Autoprogettazione?: progetti che hanno la sua impronta inconfondibile, ma che non hanno bisogno di lui per esistere, fatti di incastri, indeformabili, dove niente, niente è mai in eccesso, fino a un rigore ascetico con cui non è sempre facile convivere. Istruzioni, puzzle, questionari, ma per Mari questo non è un gioco, non è pensato per essere facile o divertente - il suo è un lavoro sull’essenza, forse enigmatico come sono enigmatici gli archetipi.

Nel 1977 progetta le 44 valutazioni, 44 sculture di marmo che prese da sole non hanno forma riconoscibile, ma che composte insieme, incastrate tra loro, formano una enorme falce e martello. Per vedere la falce e il martello bisognerebbe però conoscerne l’ordine, avere le istruzioni, perché le 44 valutazioni sono pensate per essere esposte così, come parti incongrue su piedistalli di legno a cui si naviga in mezzo senza direzione. A ogni parte è assegnato un numero, a ogni numero un verso di una poesia di Francesco Leonetti, ma non è sufficiente ricomporre la struttura per poter leggere il componimento, bisogna conoscere un altro ordine, più profondo, irriducibile a una legge: “qui rimangono/gli ossi del rompicapo cinese/con bussola vaga sul mare di battaglia” rivelano i pezzi 6, 13 e 12 messi in fila.

Photo credit: Gianluca Di Ioia/La Triennale di Milano
Photo credit: Gianluca Di Ioia/La Triennale di Milano

Forse siamo delegati non a costruire barche, ma a provare a rimettere insieme questi frammenti, a ridurre il caos a una ratio: “è questo/ora un monumentale residuo, sbocconcellato/a pezzi, del gigante ribelle… un residuo/dell’integrità dimenticata!”.