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Esplode la pandemia finanziaria

Pierluigi Gerbino
 

La notizia ufficiale della presenza del virus in USA ha fatto scattare la psicosi sulle borse americane.

I mercati sono ormai in preda al panico e scontano anche a Wall Street la possibilità che il coronavirus porti alla recessione persino la potente economia americana. Un’ipotesi che per due mesi è stata completamente ignorata da mercati euforicamente proiettati “verso l’infinito ed oltre”.

All’inizio di questa settimana l’evento recessione è stato preso in considerazione solo come  problema altrui (della Cina e dell’Europa, poverini) e ancora mercoledì è stato minimizzato dalla spavalderia di Trump, che ha attribuito le prime scosse dei listini USA non alla paura del virus e della recessione, ma al timore che i democratici possano vincere le elezioni. Detto per inciso, lo spavaldo, con questa interpretazione dei fatti ha implicitamente ammesso, probabilmente a sua insaputa, che  le borse stavano assegnando un voto di sfiducia sulla sua rielezione.

Ma ieri, anzi, per la precisione, durante la spavalda conferenza stampa di Trump di mercoledì sera, è stata resa pubblica la notizia del primo caso “autoctono” di coronavirus in California. Il paziente, infatti, non risulta essere stato in Cina, né a contatto con persone infette. Ciò significa che il virus è presente in USA da parecchi giorni ed ha potuto proliferare tra la popolazione a causa degli scarsi controlli sanitari americani. 

La notizia rivela pertanto che il Re è nudo, che la pretesa superiorità americana è in realtà il prodotto della superficialità, anche su questo tema, dell’amministrazione Trump, che però a questo punto dovrà pur battere un colpo. Non considero ancora tale la nomina controvoglia del vicepresidente Pence come “zar” sanitario, anche perché annunciata con quell’aria di sufficienza di chi resta convinto che comunque i rischi sono ancora bassi e gli USA sono pronti all’emergenza.

Ovviamente i mercati USA, che conoscono più di me il reale stato della sanità pubblica americana, incomparabilmente inferiore a quella italiana, hanno accentuato la preoccupazione dei giorni precedenti e ieri hanno avuto letteralmente una crisi di nervi. SP500 (-4,42%) ha vissuto la sua peggior seduta dall’agosto 2011. La stessa cosa ha fatto il Nasdaq100 (-4,93%).

Però la cosa più preoccupante è la magnitudo della scossa che si sta registrando sugli indici USA. Se la settimana corrente fosse finita ieri il principale indice azionario USA SP500 avrebbe accumulato un calo a doppia cifra (-10,76%). Per vedere un calo settimanale superiore occorre tornare indietro con la memoria alla prima settimana di ottobre del 2008, in piena crisi finanziaria, subito dopo il  drammatico fallimento di Lehman Brothers. SP500 ha ovviamente sfondato pesantemente sia il supporto dei minimi di inizio dicembre che la media mobile a 200 sedute, ed è entrata ufficialmente e piuttosto rapidamente in un mercato “orso”.

Inutile sottolineare l’effetto “contagio” per gli altri mercati. Non solo quelli europei, che di contagio non avevano certo bisogno per scendere in modo “autoctono”. Eurostoxx50 -3,40% e Ftse-Mib -2,66%, ma con segnali di maggior tenuta, dopo la sottoperformance dei giorni precedenti.

La legnata americana si è propagata oggi in Asia, con pesanti crolli anche in Giappone (-3,67%) e in Cina (-3,7%), che nei giorni scorsi aveva beneficiato del probabile raggiungimento del picco virale.

L’apertura europea oggi non potrà essere benigna, ma il pesantissimo ipervenduto che si vede sugli indicatori di sentiment (RSI a 20 su SP500) fa pensare che in mattinata lo sfogo iniziale di panico potrebbe essere seguito da un tentativo di recupero, per chiudere meno peggio una settimana da dimenticare, ma che, purtroppo, temo abbia aperto una fase ribassista che non dovrebbe abbandonarci molto in fretta. Come il virus e soprattutto come le sue conseguenze negative sull’economia globale.

 

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online