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Euforia eccessiva per una semplice tregua

Pierluigi Gerbino
 

La settimana che doveva far chiarezza sulle reali intenzioni dei contendenti nella guerra commerciale ha fornito un responso che ai mercati è sembrato rassicurante, dato che il rally della seconda parte della settimana ha messo in mostra per tutti i principali indici l’intenzione riprendere ad accarezzare la voglia di chiudere l’anno in bellezza, realizzando nuovi massimi annuali (per gli indici USA addirittura storici) nell’ultimo trimestre dell’anno.

A trarre i maggiori benefici di performance dal mini-accordo, raggiunto dalle delegazioni di USA e Cina, per arrestare l’escalation della guerra commerciale, è stato l’azionario europeo, che ha approfittato anche di notizie incoraggianti sulla imminente ripresa a ritmo serrato dei negoziati tra UE e Gran Bretagna per un accordo in extremis sulla Brexit, dopo l’apertura di Johnson. Così l’indice Eurostoxx50 ha messo a segno un sostanzioso +3,57% settimanale, riuscendo a recuperare la debolezza della settimana precedente ed a tornare sui massimi di settembre, a pochi punti da quel livello di resistenza di area 3.600 abbandonato nel maggio 2018. Buona anche la reazione cinese nella settimana che ha segnato la ripresa delle contrattazioni dopo il lungo periodo (5 sedute consecutive ad inizio ottobre) di chiusura dei mercati per la festa nazionale.

L’indice di Shanghai ha realizzato un incremento settimanale di +2,38% con solo sedute positive, a testimoniare la fiducia degli operatori nel raggiungimento dell’intesa sui dazi.

Infine le borse USA, che avevano iniziato piuttosto male la settimana con un deciso storno nelle prime due giornate, hanno fiutato anch’esse la volontà e la necessità di Trump di portare a casa qualche risultato ed hanno seccamente invertito la marcia al rialzo. Venerdì, nell’entusiasmo delle prime notizie che confermavano l’esito positivo dei negoziati, l’indice SP500 si è così riportato in area 2.990, che dal 25 settembre fa da ostacolo alla velleità di ritorno ai massimi storici. Nella parte finale della seduta di venerdì, dato che i pochi dettagli dell’accordo ne hanno rivelato i connotati piuttosto “minimalisti”, sono scattate prese di beneficio e l’area 2.990 ha nuovamente respinto indietro l’indice, rinviando al weekend il compito di riflettere a mente fredda sulla reale portata dell’intesa raggiunta, che Trump ovviamente ha annunciato in pompa magna come un accordo che piace agli USA, alla Cina e anche al Mondo.

Al di là della soddisfazione di facciata, che le parti ovviamente sempre mostrano in questi casi, una lettura disincantata dei pochi dettagli dell’intesa che sono stati annunciati (non esiste ancora un testo scritto ufficiale e la firma dovrebbe avvenire tra un mese, quando Trump e Xi si incontreranno in Cile per il vertice annuale dei paesi Asia-Pacifico: aspettiamoci integrazioni e modifiche) dovrebbe un po’ ridimensionare l’entusiasmo delle aspettative.

Innanzitutto non è un accordo di pace, poiché non segna alcuna riduzione dei dazi attualmente in vigore, ma una tregua, che ha lo scopo di fermare l’inasprimento dei dazi che sarebbe scattato domani ed il prossimo 15 dicembre, con l’entrata in vigore delle nuove misure adottate dagli USA. L’incremento di domani è stato sospeso, ma quello del 15 dicembre sembra non ancora, poiché dipenderà dagli umori di Trump. In cambio la Cina ha concesso aperture sull’accesso ai mercati finanziari da parte di capitali stranieri, si è impegnata ad acquistare più soia, grano e carne di maiale, per far contento l’elettorato di Trump, e ha ufficialmente garantito che non consentirà ulteriori svalutazioni del yuan. Nulla è stato concordato sulla riammissione ai commerci in USA per Huawei e le altre 28 grandi imprese cinesi, sui sussidi statali alle imprese cinesi e sulle limitazioni a carico di chi investe in Cina.

In sostanza, i temi principali e decisivi del confronto competitivo futuro tra le due superpotenze economiche non sono stati toccati, perché su questo la Cina non vuol concedere nulla.

Si è cercato di cristallizzare la situazione attuale dei dazi in cambio di qualche acquisto in più da parte della Cina. L’accordo sui cambi è più formale che sostanziale, dato che intanto il yuan si è già svalutato di oltre una decina di punti percentuali per assorbire l’impatto dei dazi attuali e, se i dazi non dovessero più aumentare non ci sarebbe alcun bisogno di ulteriori svalutazioni.

Si è realizzata pertanto la ritirata di Trump, che arretra sui dazi mentre si vanta di aver vinto.

Una tregua, niente più. Ma che serve sia ai cinesi, per prendere tempo e verificare se Trump verrà azzoppato dall’impeachment, sia soprattutto a Trump, ora che l’economia USA comincia a mostrare i primi segnali di sofferenza, proprio mentre sta per iniziare l’ultimo anno del suo mandato, che porterà alle elezioni presidenziali del novembre 2020.

Tenderei ad escludere che l’ultimo anno presidenziale ci faccia vedere un Trump mansueto. Non mancano certo le probabilità che ora il bersaglio dell’aggressività di Trump, che senza nemici soffre come un pesce senz’acqua, diventi l’Europa.

Oggi i mercati, dopo aver dato un segnale rialzista (bullish engulfing) sui grafici settimanali, dovrebbero farci vedere il frutto delle loro riflessioni domenicali.

Se io sono troppo pessimista dovremmo vedere lo sfondamento delle aree di resistenza che i principali indici hanno avvicinato: 3.600 per Eurostoxx50, 2.990 per SP500 e 22.300 per il nostro Ftse-Mib.

Se invece il tanto fumo delle aspettative ha nascosto il poco arrosto di una semplice tregua, le resistenze faranno il loro dovere ed i mercati torneranno nuovamente indietro, proseguendo nel gioco del pendolo che dura dal mese di luglio. 

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online