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Euro digitale, pro e contro

La Voce
·4 minuti per la lettura

Per ora si tratta solo di un’opzione al vaglio della Bce ma la prospettiva di una terza forma di moneta, a metà fra contante e riserve digitali, solleva già interrogativi. Perché in gioco, al di là del progresso tecnico, c’è l’intera politica monetaria.

Una terza forma di moneta

La Banca centrale europea ha annunciato di aver messo allo studio la possibilità di emettere un nuovo euro in forma digitale, da affiancare a quello cartaceo. Nel rapporto appena pubblicato, la Bce lo descrive come “una passività della banca centrale offerta in forma digitale a cittadini e imprese per i pagamenti al dettaglio”. Proviamo a capire meglio di che cosa si tratta.

Sinora la Bce, al pari di ogni altra banca centrale, ha creato moneta in due forme. La più appariscente – e più nota al grande pubblico – è il contante: una moneta fisica, fatta di banconote e monete metalliche. Ma vi è un’altra moneta, meno vistosa, che è utilizzata dalle banche private ed è costituita dalle loro riserve presso la Bce e che è diventata negli ultimi anni la componente preponderante della cosiddetta base monetaria, giungendo a superare i 3.000 miliardi di valore, contro i 1.386 del contante. Ora la Bce contempla la possibilità di arricchire l’offerta con una terza forma di moneta, che unirebbe in sé le caratteristiche dell’una e dell’altra: digitale, come le riserve, ma disponibile anche per le famiglie e per le imprese per i pagamenti al dettaglio, come il contante.

Vantaggi e rischi

Ciò che è annunciato, per il momento, non è l’emissione imminente di una nuova moneta, e nemmeno l’avvio di una sperimentazione, ma semplicemente l’intento di esplorare una possibilità. Con quali prospettive? Quali potrebbero essere i benefici derivanti dall’emissione di un euro digitale? Posto che gran parte dei cittadini europei sono già abituati a utilizzare moneta elettronica ogni volta che utilizzano carte di credito, bancomat o bonifici, quali sarebbero i benefici di una moneta elettronica emessa dalla banca centrale anziché dalle banche private? Innanzi tutto, l’euro digitale sarebbe disponibile anche per quei cittadini europei che non dispongono di un conto in banca. In secondo luogo dovrebbe essere al riparo dagli eventi critici che possono sempre colpire il sistema bancario privato. Da ultimo, infine, consentirebbe alla banca centrale di rispondere in maniera efficace alla potenziale concorrenza derivante dall’offerta di contante digitale da parte di paesi stranieri (o da parte di entità private, sotto forma di stable coins, come il progetto Libra di Facebook).

I rischi? Innanzitutto quello di ridimensionare il ruolo e la redditività delle banche private. In effetti, quantomeno in una delle sue possibili configurazioni, l’emissione di un euro digitale comporterebbe la possibilità di aprire un conto presso la Bce per i cittadini e per le imprese, e non più soltanto per le banche. Difficile quindi immaginare che ciò non riduca la capacità di raccolta delle banche private. Il secondo rischio è di violare la privacy dei cittadini, anche se questa eventualità potrebbe essere fortemente mitigata da un accorto utilizzo della tecnologia blockchain.

Le ricadute politiche della disintermediazione

La vera posta in gioco, però, è la politica monetaria. Dichiaratamente il rapporto della Bce evita la questione, rinviandola a futuri approfondimenti. Ma è chiaro che l’effettiva messa in opera di un euro digitale, e la sua particolare configurazione, dipenderanno in maniera cruciale dalle implicazioni sul core business della banca centrale. E anche qui ci sono opportunità e rischi. Un contante digitale, creando un legame diretto fra cittadini e banca centrale, costituirebbe un canale diretto di trasmissione della politica monetaria, con un vantaggio evidente rispetto all’assetto attuale in cui, dalla crisi del 2008 ad oggi, le masse ingenti di liquidità emesse dalle banche centrali in larga parte ristagnano nelle riserve delle banche o in circuiti finanziari, senza mai giungere ad alimentare gli scambi economici produttivi tra famiglie e imprese. L’emissione di un euro digitale diventerebbe uno strumento di controllo dell’offerta di moneta tanto più importante per la banca centrale quanto più si riuscirà a ridurre l’uso del contante (e il coronavirus ha dato un contributo in questo senso).

D’altro canto, questa potenziale disintermediazione del sistema bancario privato da parte della Banca centrale rischia di creare una concentrazione di potere eccessiva in un’istituzione che svolge sì una funzione pubblica, ma senza un esplicito mandato politico e senza una diretta accountability democratica. La possibilità per la banca centrale di erogare denaro direttamente a cittadini e imprese consentirebbe di convogliare in maniera più rapida e sicura il denaro là dove serve per sostenere l’economia reale, ma comporterebbe anche un potenziale sconfinamento della politica monetaria in quella fiscale e creditizia. L’introduzione di un euro digitale non è soltanto una questione di progresso tecnico ma deve essere vista nella sua portata politica e istituzionale, nel quadro di una possibile ridefinizione dei rapporti dell’autorità monetaria con il governo da un lato e con il sistema bancario privato dall’altro.

Di Luca Fantacci

Autore: La Voce Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online