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Evergrande sarà un duro colpo per la Cina ma non è la nuova Lehman

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Lehman Evergrand (Photo: Getty&HP)
Lehman Evergrand (Photo: Getty&HP)

No, il crac di Evergrande non è una nuova Lehman Brothers. I timori che il colosso immobiliare di Shenzhen schiacciato da 305 miliardi di dollari di debiti possa trascinare con sé il settore finanziario, innescando un maxi-contagio anche al di fuori dei confini cinesi, si sono palesati nel black monday dei listini mondiali. Lunedì la società ha lasciato sul terreno più del 10% alla Borsa di Hong Kong, ai minimi da maggio 2010, confermandosi sotto una crescente pressione in vista anche della scadenza di giovedì quando è in calendario il pagamento di interessi su bond offshore. Ma la paura che, senza salvataggi esterni, Evergrande non sia in grado di ripagare i suoi debiti a breve scadenza (secondo Standard&Poor’s, dovrà ripagare più di 35 miliardi nei prossimi dodici mesi), e che un suo fallimento contagi l’economia cinese è tracimata su tutte le piazze europee e a Wall Street che ha registrato la peggiore seduta da maggio scorso. L’indice Vix, spesso chiamato il termometro della paura, è schizzato del 34% ai massimi da oltre quattro mesi. Evergrande, d’altro canto, è la seconda società immobiliare cinese, possiede più di 1300 progetti immobiliari in oltre 280 città, e ha sette sussidiarie impegnate in altri settori come veicoli elettrici, servizi sanitari, tv. L’azienda ha 200mila dipendenti, ma complessivamente contribuisce a creare lavoro per più di 3,8 milioni di persone, si legge sul sito. Lo spettro di Lehman si è subito affacciato nelle menti di molti osservatori.

I mercati finanziari tuttavia non sono stati ancora penetrati in modo profondo dalla finanza cinese: nell’indice Msci World le aziende di Pechino pesano solo il 4%, e tra queste non c’è Evergrande. Ma sono tanti gli aspetti che portano a escludere una nuova Lehman in salsa cinese se Evergrande, come molti ormai sono convinti, dovesse andare gambe all’aria. “Le differenze tra Evergrande e Lehman”, dice all’HuffPost Alessia Amighini, condirettrice del dipartimento per l’Asia Centrale dell’Ispi, esperta di economia cinese e relazioni Ue-Asia, “sono numerosissime. Ma prima di tutto bisogna ricordare che Lehman era una banca d’investimento che aveva strumenti finanziari sparsi in mezzo mondo, per giunta cartolarizzati con un po’ di tutto, in particolare mutui e titoli spazzatura come abbiamo visto. Evergrande invece è una società immobiliare. E anche se nel 2008 tutto iniziò con lo scoppio della bolla immobiliare dei subprime, il vero problema da cui nacque il mega-contagio finanziario derivò dall’eccessivo ricorso alla cartolarizzazione di mutui e titoli junk”.

“Pensiamo che le autorità cinesi abbiano la capacità di bilancio e monetaria per ammortizzare lo shock”, ha dichiarato la capoeconomista dell’Ocse Laurence Boone. “L’impatto sarà piuttosto limitato eccetto ovviamente per alcune particolari società”. Al di là delle fibrillazioni in borsa lunedì, al momento non ci sono segnali che fanno pensare che il contagio possa estendersi al di fuori della Cina, anche se il gruppo di Shenzhen risulta esposto con più di duecento banche e istituti di credito, come Blackrock, Ubs e Ashmore.

All’interno sì, certamente avrà ripercussioni, a partire dal settore real estate cinese. Oggi Standard & Poor’s ha declassato Sinic Holdings Group a “CCC+”, con outlook negativo, citando l’incapacità dello sviluppatore immobiliare cinese basato a Shanghai di “comunicare un chiaro piano di rimborso” di un bond in scadenza. Sinic ha avuto un crollo dell′87% alla Borsa di Hong Kong con la conseguente sospensione dei titoli dalle contrattazioni. Al fine di contrastare la crisi di liquidità, la compagnia stava valutando un taglio dei compensi ai dipendenti del suo quartier generale e uno ai top manager fino al 70% o oltre, secondo il quotidiano cinese The Paper. La società ha un’obbligazione del 9,5% da 246 milioni di dollari in scadenza il 18 ottobre e già Fitch Ratings aveva rivisto l’outlook a negativo la scorsa settimana.

Giovedì, S&P’s aveva tagliato il rating su Evergrande, portandolo a ‘CC’ e con outlook negativo, a causa “dell’estremamente alto rischio di non pagamento” del debito nei tempi dovuti. La mossa si era aggiunta alle analoghe misure decise nei giorni scorsi da Moody’s e Fitch, sempre in base a un quadro in forte e rapido deterioramento.

“Il caso non solo di Evergrande ma di tutto il settore immobiliare cinese”, spiega Amighini, “nasce nel 2009. Dopo la crisi finanziaria, di fronte al crollo della domanda estera, l’economia cinese aveva bisogno di un puntello, e questo puntello è stato trovato nei settori dell’immobiliare e delle infrastrutture, principalmente. Ha quindi deciso di inondare di credito le aziende di costruzioni attraverso le banche statali perché, seppur private, queste società assecondavano nei fatti gli obiettivi politici di Pechino. Sono anni, non da oggi, che gli istituti bancari cinesi hanno in pancia questi crediti”.

Il settore immobiliare ha fatto da propulsore per la crescita economica di Pechino nel dopo-Lehman: gli investimenti hanno rappresentato in media il 13,5% del Pil negli ultimi cinque anni, secondo le stime di Fitch, tre volte il livello dell’economia Usa. Di recente però Pechino ha deciso di cambiare rotta, riducendo l’enorme leva finanziaria concessa in passato al settore delle costruzioni. Il presidente Xi Jinping ha lanciato la campagna per moderare la corsa al real estate ripetendo che “la casa è per vivere, non per la speculazione”. Sono quindi stati introdotti tre limiti nelle attività delle aziende immobiliari: un tetto del 70% sulle passività per le attività, un limite del 100% sul debito netto per il patrimonio netto e liquidità per coprire l’indebitamento a breve termine. Requisiti che, in pratica, hanno aggravato ancora di più la crisi di credito in cui da tempo versa Evergrande.

“A meno che non ci siano informazioni di cui non siamo a conoscenza, possiamo dire che il crac di Evergrande sarà sicuramente un disastro ma per nulla paragonabile a quello successo con Lehman”, spiega ancora Amighini. I timori di un maxi-contagio quindi sono al momento da ridimensionare. Anche secondo le istituzioni cinesi, un eventuale crac, sebbene disastroso, non avrebbe conseguenze sistemiche per il settore bancario nazionale.

Al momento comunque, al governo, e in particolare al Partito Comunista Cinese, “interessa ben poco di Evergrande. E se potessero, la lascerebbero al loro destino. L’obiettivo del partito è salvare la faccia, dopo aver permesso che fiumi di denaro convogliassero verso società immobiliari come Evergrande ma non solo”, spiega Amighini. Secondo la ricercatrice Ispi non è quindi una questione di soldi, o di too big to fail, ma “di immagine per il partito che non può uscire in alcun modo ammaccata dal crac immobiliare. Probabilmente il partito farà ricadere tutta la colpa sui manager, li additerà al pubblico come gli unici responsabili del disastro, ma non salverà direttamente Evergrande permettendole di continuare a fare quello che ha fatto fino ad oggi. Perché, agli occhi dei cittadini, andrebbe solo ad alimentare comportamenti speculativi con fini privati. Una delle ipotesi più probabili è quella di dissolvere il castello di carta di Evergrande in modo pianificato, eventualmente facendo entrare altre società nella gestione di determinati asset”.

Dello stesso avviso sono diversi analisti finanziari, come anche l’agenzia Standard&Poor’s, secondo la quale “il governo cinese non fornirà alcun supporto diretto al gruppo Evergrande. Riteniamo che Pechino sarebbe costretta a intervenire solo se ci fosse un contagio di vasta portata che causasse il fallimento di molti importanti sviluppatori ponendo rischi sistemici all’economia”. Anche per Barclays ”è improbabile che un default di Evergrande minacci la generale stabilità del sistema finanziario cinese, che può contare su 45mila miliardi di dollari in asset e 30 mila miliardi di dollari in prestiti”.

Più che salvare il gigante immobiliare, ciò che Pechino proverà a fare sarà prima di tutto tutelare l’immagine pubblica del partito, aggiunge Amighini: ”Quando ci sono disastri del genere, il partito non ci pensa due volte a inalberarsi e a reagire in modo tradizionale. Perché il partito è sacro e non ha prezzo, né tantomeno è interessato a quanti soldi possa rimetterci un privato, come si è già visto nel caso di Jack Ma. Anzi, ora ha buon gioco nel dire che il suo unico obiettivo è quello di mettere il bene pubblico davanti a tutti gli altri interessi in ballo”.

Al di là della narrazione suggestiva, al momento ci sono quindi ben poche similitudini tra il probabile crac di Evergrande e quello di Lehman nel 2008. Peraltro mentre i titoli della società statunitense fino a pochi giorni prima del fallimento godevano dell’investment grade, quelli della società cinese da tempo vengono considerate a rischio di non pagamento dalle principali agenzie di rating. “Piuttosto il disastro immobiliare sarà un’occasione per aprire gli occhi, soprattutto per chi è rimasto affascinato dalla narrazione di una Cina finalmente aperta ai mercati”, aggiunge ancora Amighini. “Pechino, da questo punto di vista, non è cambiata, non è mai cambiata. Ha compreso bene come funziona il mercato, ma poi quando ci sono situazioni critiche vuole governarlo secondo le sue regole”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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