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Ex Ilva: A.Mittal taglia produzione poi ci ripensa, ira sindacati

webinfo@adnkronos.com (Web Info)
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Situazione caotica all'acciaieria di Taranto: A.Mittal Italia prima annuncia una riduzione della produzione e il rallentamento degli investimenti previsti, come contromossa al silenzio del Governo che non ha ancora ottemperato al pagamento della prima tranche da 400 mln con cui lo Stato sarebbe dovuto entrare al 50% nel capitale di A.Mittal, poi torna sui propri passi diramando una comunicazione alle Rsu del sito pugliese con nuovi assetti di marcia che di fatto ripristinano la piena attività dello stabilimento.

Una situazione di assoluta incertezza che scatena l'ira dei sindacati che da tempo attendono una parola chiara sul futuro del Gruppo: Fim Fiom e Uil chiedono ora esplicitamente l'intervento del presidente del Consiglio, Mario Draghi, per fare chiarezza, dicono, su una partita importante a cominciare dalla conferma di quell'accordo siglato non più di 3 mesi fa al termine di una lunga guerra legale e giudiziaria che aveva messo nero su bianco il coinvestimento e disegnato un piano industriale con il quale arrivare, nel 2025, a 8 mln di tonnellate di produzione e alla piena rioccupazione dei 10 mila lavoratori in forze al gruppo.

"La situazione è ormai di un gravità inaccettabile. Siamo fortemente preoccupati che atteggiamenti irresponsabili e tattici in corso da parte di tutti i soggetti portino alla chiusura dello stabilimento", denuncia il leader Fim, Roberto Benaglia che accusa il governo di "rimescolare le carte". "Si parla di un cambio di passo ma si rinvia tutto", continua sollecitando Invitalia governo e azienda dunque a realizzare l'accordo firmato il 10 dicembre. "Non staremo fermi ad attendere", ammonisce. (segue)

Di 'cambio di passo' infatti aveva parlato una nota del Mise con cui il ministro Giancarlo Giorgetti aveva riaperto di fatto il tavolo sulla siderurgia, che languiva da tempo, indicando per l'ex Ilva la ricerca di un nuovo metodo di lavoro: "un accordo di programma, che permetta di utilizzare i fondi disponibili, anche di ambito europeo, per i necessari adeguamenti tecnologici nel rispetto dei vincoli ambientali". E aveva aggiunto: "serve un cambio di passo, da parte di tutti gli attori in causa" perché "superate le contrapposizioni, possa finalmente essere trovata una soluzione per permettere il mantenimento e lo sviluppo della produzione dell’acciaio in Italia".

Ma dal confronto interno ai ministri del governo di fatto non era uscita nessuna indicazione concreta rispetto alle scadenze previste dall'accordo ereditato dal Governo Conte. Così dunque, scriveva ancora A.Mittal prima del ripensamento e della decisione di far ripartire alcuni impianti : "nonostante la natura vincolante dell’Accordo, ad oggi Invitalia non ha ancora sottoscritto e versato la sua quota di capitale e quindi non ha adempiuto agli obblighi previsti dall’Accordo. Questo persistente mancato adempimento sta seriamente compromettendo la sostenibilità e le prospettive dell’azienda e dei suoi dipendenti". Ma a pesare sulla decisione del governo anche la scadenza del 13 maggio prossimo quando si dovrà pronunciare, nel merito, il Consiglio di Stato relativamente al ricorso di ArcelorMittal Italia e di Ilva in As contro la sentenza del Tar di Lecce del 13 febbraio scorso che aveva confermato l'ordinanza del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, che prevedeva lo stop dell’area a caldo, ritenuta inquinante, entro 60 giorni a decorrere dal deposito della stessa sentenza, ovvero entro il 14 aprile. Il 12 marzo scorso il Consiglio di Stato ha comunque accolto la richiesta di sospensiva della decisione rinviando al 13 maggio la decisione sul merito.

La situazione però, Consiglio di Stato o meno, resta "al limite della schizofrenia" anche per la Fiom. “Sono chiare le responsabilità di Invitalia e del Governo per i ritardi sul completamento degli assetti societari e sul rilancio industriale ed ambientale del sito, ma ciò non legittima il comportamento di ArcelorMittal, che prima sembra prendere in ostaggio i lavoratori scaricando su di loro responsabilità improprie e poi improvvisamente comunica una decisione opposta. E’ evidente che così non si può andare avanti", spiegava nel pomeriggio il leader Fiom Francesca Re David per la quale il rischio è che si passi "dallo stallo ad un piano inclinato in cui mancate decisioni e scelte inaccettabili mettano in discussione sia la risalita produttiva che la ripresa della fornitura dell’acciaio agli utilizzatori finali, trascinando anche le prospettive dei siti di Genova, Novi Ligure e dell’insieme del gruppo". (segue)

Per questo resta "urgentissimo" per tutti, un intervento del Presidente del Consiglio Mario Draghi ed una convocazione delle parti e dei sindacati: "Dobbiamo evitare di perdere un asset strategico dell’industria di questo Paese", conclude Re David. Sul piede di guerra anche la Uilm.“Il Presidente del consiglio Draghi intervenga subito per bloccare questa grave emergenza prima che sia troppo tardi”, chiede il segretario generale Rocco Palombella che punta il dito anche sulla grave situazione dell'indotto."La situazione rischia ora di esplodere da un momento all'altro, creando quindi una bomba sociale e occupazionale senza precedenti”, denuncia.

Anche l'Usb torna a chiedere una "nazionalizzazione " rapida dell'ex Gruppo siderurgico:"si deve interrompere ogni relazione con ArcelorMittal, che ha ampiamente mostrato la sua inaffidabilità. Il governo deve bloccare l’attuale gestione e procedere con la nazionalizzazione della fabbrica", dicono. Il governo comunque, come aveva spiegato l'Ad di Invitalia, Domenico Arcuri, in occasione di un'audizione al Senato nei giorni scorsi, guarda alle risorse del Recovery per riconvertire in modo green la produzione dell'acciaio.

''Invitalia ha predisposto insieme al ministero dell'Economia e dello Sviluppo non solo il piano industriale per riconvertire la produzione attualmente a carbone con la famosa area a caldo, in una produzione progressivamente a maggiore componente elettrica e quindi con una componente di inquinamento progressivamente ridotta, fino allo spegnimento dell'area a caldo. Ma ha predisposto la realizzazione di un impianto molto innovativo che si fonda sulla produzione di acciaio da materie prime non inquinanti. Questo piano è contenuto all'interno del Recovery'', spiegava Arcuri.