Finmeccanica, ad Orsi arrestato per corruzione internazionale

Corruzione internazionale, peculato e concussione. Con queste accuse è stato arrestato stamane all'alba Giuseppe Orsi, presidente e ad di Finmeccanica. L'ordinanza, firmata dal gip di Busto Arsizio, ha fermato anche l'amministratore di AugustaWestland, Bruno Spagnolini, attualmente ai domiciliari, e due cittadini svizzeri coinvolti nell'affare Finmeccanica.

L'accusa mossa contro Orsi riguarda la vendita di 12 elicotteri Aw 101 al governo indiano, un affare per il quale venne pagata una tangente da 51 milioni di euro. All'epoca, nel 2010, era amministratore di AugustaWestland - azienda italiana produttrice di elicotteri e controllata da Finmeccanica - lo stesso Orsi, coinvolto in un affare ben più corposo: 550 milioni di euro, di cui una cinquantina serviti per assicurarsi la commessa. L'inchiesta, partita da Napoli e condotta a lungo dai pubblici ministeri Piscitelli e Woodcock, era stata successivamente trasmessa a Busto Arsizio per decisione della Corte di Cassazione territoriale che ne aveva stabilito la competenza territoriale dei magistrati lombardi.

Finmeccanica, trenta mesi di inchiesta

In seguito all'arresto, sono scattati i controlli e le perquisizioni nelle abitazioni e negli uffici degli indagati. In particolare, i carabinieri stanno controllando documenti  nella sede di AgustaWestland, nell'abitazione di Orsi a Sesto Calende, nel varesotto e negli uffici di Finmeccanica di Roma e Milano.
Così Finmeccanica, una delle più importanti società italiane il cui azionista di maggioranza è lo Stato italiano, si ritrova senza vertici al comando, in un momento delicato per l'azienda che proprio ultimamente stava provando ad uscire dall'indebitamento vendendo partecipazioni. Con conseguenze negative anche sul mercato: a circa un'ora dall'avvio della seduta di Piazza Affari, il titolo ha ceduto l'8,57% a 4,35 euro.

E sempre di corruzione internazionale si parla nel caso Eni-Saipem: qualche giorno fa sono partite le indagini nei confronti dell'ad di Eni Paolo Scaroni, nell'ambito dell'inchiesta su un affare di 11 miliardi di dollari in Algeria che coinvolge Saipem e la stessa Eni. L'indagine, avviata dalla Procura di Milano per fatti risalenti a prima del 2009, aveva già portato a dicembre alle dimissioni del vicepresidente e amministratore delegato di Saipem, Pietro Franco Tali e del direttore finanziario Alessandro Bernini.

Al centro delle indagini, una maxi tangente da 197 milioni di euro che il gruppo petrolifero italiano avrebbe pagato ad una società di Hong Kong, la Pearl Partners Limited, che fa a capo all’intermediario Farid Noureddine Bedjaoui, dell'ente statale algerino Sonatrach, per garantirsi i lavori del gasdotto Medgaz e Mle nei quali Italia e Algeria erano in join venture.

Un intreccio poco chiaro che ha portato nelle ultime ore alla probabilità da parte di Scaroni di cedere il controllo di Saipem da parte della controllante Eni. "Saipem - ha affermato il top manager - l'abbiamo sempre considerata strategica, ma gli episodi che abbiamo vissuto adesso ci portano a ripensare il rapporto di lunghissimo periodo".