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I fondamentali macroeconomici esaltano gli investitori

Gaetano Evangelista
·3 minuto per la lettura

Mentre il Price/Earnings dello S&P500 è atteso ad un ragionevole multiplo di 23 volte gli utili alla fine dell'anno, a marzo tornano a registrarsi flussi in entrata. Era ora: dopo un disavanzo da 2.75 trilioni di dollari negli ultimi cinque anni rispetto ai fondi comuni obbligazionari.

Una settimana attesa al consolidamento, ha mutato piega con l’arrivo di dati economici rivelatisi sensibilmente migliori delle aspettative: l’IFO Survey in Germania e la fiducia dei consumatori negli Stati Uniti, sono coincisi con il ripiegamento dello S&P500 fino alla massima estensione prevista: «Dovremmo aspettarci una flessione compresa fra l’uno e il due percento, prima della ripartenza di aprile. In altre parole, lo S&P500 andrebbe (ri)comprato qualora dovesse ripiegare fino a 3850 punti», si scriveva nel Rapporto Giornaliero di giovedì mattina.

Così, mentre il MSCI Euro si arrampicava ai livelli più elevati degli ultimi 13 anni; venerdì sera l’indice americano è salito ad un nuovo massimo storico: il quindicesimo, quest’anno. In dodici mesi, 22 trilioni di dollari di ricchezza sono stati generati, e quasi una società su dieci del paniere è triplicata di valore. L’incertezza degli investitori si è ridotta, a giudicare dal minimo annuale conseguito dal VIX; ma siamo ben lontani dai livelli infimi toccati dalla volatilità all’inizio dello scorso anno.

Il muro di paura resta insomma ben eretto, alla vigilia della fine di questo primo trimestre. Le società del FANG passano il testimone alle aziende che meglio interpretano questa stagione dell’economia: attesa in boom del 9% nel secondo trimestre negli Stati Uniti ed in Europa. All’1.70% di rendimento a 10 anni, il costo del denaro è in fisiologica risalita, ma appare ancora contenuto: se si considera che si collocava mediamente al 2.0% nei dodici mesi che hanno preceduto il picco dello S&P500 di febbraio 2020.

Il Price/Earnings dei leader dello scorso anno ripiega a 25 volte: una valutazione considerevole, ma ben poca cosa rispetto ad un multiplo di 55 volte raggiunto dalle “TMT” ad inizio 2000. Lo stesso P/E di mercato, a 32 volte, appare oggettivamente elevato; ma con le stime di espansione a 173 dollari per gli EPS 2021, si ridimensiona in prospettiva ad un più che ragionevole multiplo di 23x.

Sebbene convenzionalmente i mercati anticipino l’economia, è difficile assumere un atteggiamento bearish a fronte di un boom atteso di profitti e di crescita del PIL. Gli investitori rimasti attardati, hanno basato le loro strategie sull’assunzione di un’economia che sarebbe stata lasciata in balia degli eventi; non supportata da un intervento monetario e fiscale senza precedenti. La performance economica ha sorpreso i più. Non il mercato.

L’Economic Data Change Index ripiega, ma si colloca su livelli storicamente elevati. Segnala un flusso di dati macro, su scala globale, ben superiore alla media. Le borse ringraziano: da sempre sussiste un'armonia fra economia reale e dinamiche di mercato; nello specifico, una netta correlazione fra l’EDCI e la performance del MSCI: non a caso sostenuta negli ultimi dodici mesi. Ad evidenza ci sarà da temere soltanto quando i dati macroeconomici risulteranno peggiori della media. Nel frattempo la performance di mercato, seppur in deterioramento, risulterà sempre positiva; fino ad annullarsi: solo allora il reddito fisso potrà essere preferito alle borse azionarie.

Autore: Gaetano Evangelista Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online