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Forchielli a Financialounge.com: “Il coronavirus può arrivare a costare alla Cina fino al 3% del Pil”

Giancarlo Salemi
Forchielli a Financialounge.com: “Il coronavirus può arrivare a costare alla Cina fino al 3% del Pil”

Per il presidente del fondo Mandarin le stime di crescita sono diminuite dell’1%, ma se va avanti così i danni saranno maggiori. E sul futuro di Borsa Italiana: "Normale che faccia gola a tedeschi e francesi"

“La ripresa dal coronavirus sarà lunga, la Cina è ferma. Ci sono già danni economici permanenti, nel lusso e nei consumi, e il rischio che la mancata crescita sia molto più grande di quell’1,5% stimato fino ad ora. Se alla Cina mancherà un semestre di Pil allora si potrebbe arrivare ad una perdita del 3%”. A rispondere alle domande di Financialounge.com è l’imprenditore Alberto Forchielli, fondatore del Mandarin Capital Partners e con oltre trent’anni di esperienza manageriale nell’ambito dello sviluppo di affari internazionali, con particolare focus sul Sud Est asiatico e la Cina. Lo abbiamo raggiunto al telefono in Thailandia, dove si trova in questi giorni.

CORONAVIRUS, NE AVREMO ALMENO FINO ALL’ESTATE: LA CINA E’ BLOCCATA

Per Forchielli riguardo all’epidemia da coronavirus ci sono tre problemi: medico, economico e politico. Tuttavia il primo sembra “star rientrando, anche se i tempi sono molto più lunghi di quanto si era pensato”. Quando si ha una chiusura prolungata di un Paese da 1,5 miliardi di persone “scoppia il problema economico, con l’isolamento che durerà con ogni probabilità fino all’estate. Si parla di una crescita del 5% e non più del 6,5% ma, se si va avanti così, alla Cina mancherà un semestre di Pil e i danni rischiano di essere permanenti nel mercato del lusso, del turismo, dei consumi che rappresentano il 60% del Pil e quello cinese è il più importante al mondo: in Cina la gente non va più al ristorante, non viaggia più né all’interno né all’esterno e non va più a comprare, questa è la situazione reale, adesso”.

Coronavirus, si iniziano a sterilizzare le banconote 

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LA VIA DELLA SETA? PER L’ITALIA È UNA FAKE NEWS

Il terzo problema che elenca Forchielli è poi quello politico: l’aver tenuto nascosto il pericolo dell’epidemia, la mancanza di trasparenza “sta portando i cinesi ad una profonda critica al sistema comunista e alla leadership del presidente Xi Jinping”. Mentre la famosa Via della Seta con la quale i cinesi vogliono cambiare l’ordine mondiale dell’economia, almeno per l’Italia, secondo il presidente del Fondo Mandarin “è una fake news, non esiste”. “I progetti esistono, ma non abbiamo le imprese che vi possono partecipare, non sono competitive. Tutto quel caravanserraglio che è stato fatto lo scorso autunno in Italia con le firme dei memorandum d’intesa sono solo bufale, non serve a niente, addirittura le nostre esportazione in Cina nel 2019 sono diminuite, il nostro peggior mercato”.

IL PIANO DI MAIO DI 300 MILIONI PER L’EXPORT? SONO BRUSCOLINI

Per correre ai ripari il ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva annunciato un piano complessivo a favore dell’export per 300 milioni di euro, ma che Forchielli giudica dei “peanuts”, bruscolini. “È davvero poca roba, bisogna capire anche come verranno spesi, potrebbero anche risparmiarseli, spenderli in modo diverso, di certo non aiutano le imprese per l’internazionalizzazione. Serve semmai un piano per chi ha subito veri danni, quello grosso è quello al turismo, da sempre un settore inefficiente e frammentato, quello del lusso può farcela da solo. Detto questo la nostra presenza in Cina è limitata e per una quota del 2% totale di tutte le esportazioni, questa è la realtà”.

La Borsa tedesca pronta a prendersi Piazza Affari

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CON L’USCITA DI LONDRA MERCATO FRAMMENTATO E PIAZZA AFFARI FA GOLA

Altro tema che tocca Forchielli nella conversazione con Financialonge.com è la notizia dell’interesse di Deutsche Boerse per le attività italiane del London Stock Exchange e prima ancora anche del circuito di Euronext, che aveva manifestato interesse per la Piazza Affari. “Con la Brexit l’Europa rimane monca, il mercato dei capitali è molto frammentato, inefficiente e quindi ha molto senso che ci sia un consolidamento delle piazze d’affari dell’area euro. Non vedo alcun rischio per la Borsa italiana che in questi anni è cresciuta, non è più tanto piccola come qualcuno dice e per questo fa gola sia ai tedeschi che ai francesi. Serve un polo finanziario forte e Piazza Affari ne deve far parte in qualche modo se si vuole un consolidamento dei capitali”.