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Il matrimonio di Rosa è un po' anche il nostro

·3 minuto per la lettura
Photo credit: courtesy
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Non scrivo quasi mai in prima persona. Però devo dire che questo piccolo film spagnolo, indipendente, girato da una regista il cui nome ho deciso di imprimermi in mente (si chiama Icíar Bollaín, prendete nota pure voi), mi ha fatto ridere, divertire, riflettere e soprattutto ri-nascere. Ho visto Il matrimonio di Rosa ieri sera e ho capito che non è mai troppo tardi per pensare, sul serio, a se stesse. Non spoilererò nulla, ma basti sapere che sui paletti fissati random da parenti e amici, sui suggerimenti non richiesti e sulle mille aspettative più o meno dichiarate da chi ci circonda si può ridere al cinema con leggerezza e consapevolezza, ma al di qua dello schermo si finisce spesso per costruire un'intera esistenza. I sentimenti della protagonista (Rosa è l'attrice Candela Peña, la Nina di Tutto su mia madre di Pedro Almodovar) sfumano in quelli delle spettatrici in sala, che attraverso lei riscoprono un femminismo felice e non musone, mai programmatico o programmato. La storia è semplice e ruota intorno a una quarantacinquenne come tante – come noi – decisa e riprendere in mano la sua sgangherata routine quotidiana al servizio degli altri e a organizzare un matrimonio d'amore. Non con il compagno, non con uno sconosciuto, ma – e qui sta il bello – con se stessa. Si esce dalla sala in allegria e vien persino voglia, com'è capitato a me, di saperne di più sulla faccenda dei matrimoni in solitaria.

Photo credit: courtesy
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Ho cercato e mi sono imbattuta in questa dichiarazione della regista, che insieme ad Alicia Luna è anche co-sceneggiatrice del film: «Alicia e io abbiamo scoperto il "solo wedding" leggendo un articolo di giornale poco più di due anni fa: un giornalista britannico ha raccontava di un'agenzia a Tokyo dove le donne possono realizzare il sogno di sposarsi ed essere “principesse per un giorno” nel loro abito da sposa, con auto da matrimonio e album fotografico inclusi, senza bisogno dello sposo. Tuttavia, al di là del Giappone, abbiamo presto scoperto che il matrimonio in solitaria è un fenomeno internazionale: le donne di tutto il pianeta, Spagna compresa, da sole o in compagnia di familiari e invitati, hanno iniziato a sentire il bisogno di “impegnarsi” per se stesse: prendersi cura di sé, rispettarsi e, insomma, amarsi, in una cerimonia che prende in prestito tutti gli elementi del matrimonio convenzionale come le promesse, l’abito, l'anello e persino la luna di miele… tranne un piccolo dettaglio: lo sposo».

Non è cosa da poco. Prosegue Icíar: «Dietro l'idea di sposarsi con se stessi, che potrebbe sembrare assurda, ce n'è una più profonda di impegno e rispetto per sé: è l’idea che per essere rispettati dagli altri bisogna prima rispettare se stessi, e che per essere amati bisogna prima amare se stessi. E di conseguenza, avere il coraggio di portare avanti questo impegno nel corso di tutta la vita, finché morte non ci separi».

Confesso: io sono uscita col sorriso, mentre nello sguardo del mio compagno ho colto quel lampo di incertezza che ti fa capire... che anche lui ha capito.


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