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"Fragile e sofisticata al cinema ma nella vita ho voglia di luce" parola di Alba Rohrwacher

·7 minuto per la lettura
Photo credit: LAURA SCIACOVELLI
Photo credit: LAURA SCIACOVELLI

Del film di Nanni Moretti Tre piani, in uscita il 23 settembre, Alba Rohrwacher, 42 anni, dice cose da vera innamorata: della storia (è tratto dal romanzo di Eshkol Nevo), dell’autore e del suo personaggio Monica, madre in solitudine sin dalla prima scena, fulminante quando chiama il taxi nella strada di notte in pieno travaglio. E poi ancora sola nella palazzina che soffoca, il marito sempre lontano, i fantasmi che arrivano, la scuotono, le intorbidano i pensieri, mentre una leggera follia si fa strada sotto la foresta di capelli fulvi. Nulla è per caso: «Visconti diceva che il personaggio è tutto nella nuca. Per me è così, sono importanti i capelli e le scarpe, nelle estremità è l’equilibrio di tutto e io ci gioco. Nanni mi ha voluta rossa perché è un segno di unicità e i capelli li abbiamo lasciati crescere, sbandati, perché Monica, lo abbiamo deciso insieme, è come una pianta non potata, nessuno si prende cura di lei e lei neppure, sperduta». Ecco come nasce un personaggio e lo spunto arriva da una conversazione sul grande caldo di agosto. Alba risponde dal set del primo lungometraggio di Jasmine Trinca, «l’evoluzione della relazione madre e figlia che era il cuore del suo corto Being my mom» e inevitabilmente si chiacchiera di temperatura torrida, di gabbiani sempre più aggressivi e di scoiattoli fuori misura nel giardino di casa.

«Il cambiamento climatico è veramente molto preoccupante», si inquieta Alba, «i miei genitori vivono a contatto con la natura, fanno gli apicoltori (come racconta il film Le meraviglie della sorella Alice, ndr) e sono veramente scoraggiati, è una situazione drammatica e bisognerebbe parlarne dalla mattina alla sera, sempre. Nella natura c’è un cortocircuito, non ci sono più le fioriture e gli animali sono confusi, impazziscono. Bisogna intervenire e molto in fretta. È un’emergenza».

Sul filo di un lieve, persistente, squilibrio vivono anche molti dei suoi personaggi, l’instabilità è l’Alba touch, che sia l’Adelina di Il paradiso del pavone di Laura Bispuri, presentato a Venezia, mamma ansiosa che gioca con il cerchietto tra i capelli per nascondere l’inadeguatezza, o la breve, pulsante, apparizione nel film di Maggie Gyllhenaal The lost daughter, sempre alla Mostra. Ma il ruolo più intenso è certamente Monica, in sospetto di disamore e piena di spaventi così femminili nel film di Moretti. Dentro c’è tutta la modernità di Alba, così diversa, che unisce il volto dai tratti antichi a un corpo umbratile, liana armoniosa che pare a volte sul punto di spezzarsi. Così l’ha vista e creata il cinema d’autore, da Saverio Costanzo, il suo compagno di vita, a Paolo Genovese, da Pupi Avati alla sorella Alice a Luca Guadagnino, Silvio Soldini, Emma Dante, Matteo Garrone.

A Cannes, dopo l’anteprima di Tre piani, l’applauso davvero non finiva mai. Per Alba un’emozione. Come ricorda quel momento?

Come un grande, affettuoso, omaggio a Nanni, un maestro. Hanno applaudito il suo coraggio nel fare un film così diverso, un film nudo. In tanti anni non avevo mai sentito quel punto di calore. Tre piani era pronto un anno mezzo fa, poi è arrivata la pandemia, abbiamo condiviso l’attesa, la paura, l’incertezza e quella sera di luglio a Cannes è stata come una liberazione. Lo amo perché è un film che si inchina al racconto, non mette in campo nessun trucchetto per coinvolgere, vivi con i personaggi, con il loro spaesamento e alla fine c’è una catarsi profonda quando si intravvede una luce. L’emozione è attuale, arriva diretta e cruda, nuda, appunto. Mi turba quell’immagine fissa della palazzina: dentro ribollono i personaggi, intorno è il vuoto. Quasi una premonizione della pandemia.

Photo credit: Laura Sciacovelli
Photo credit: Laura Sciacovelli

Com’è lavorare con Moretti? Cosa ha scoperto?

Ho fatto ben due provini, non è stata una passeggiata, ma da lui ho imparato una cosa fondamentale, la distinzione tra autenticità e spontaneità. Nei suoi interpreti cerca la prima, e per un’attrice è un distinguo sofisticatissimo, perché la spontaneità è davvero uno specchietto per le allodole, mette tutti a proprio agio, funziona, è facile. Arrivare all’autenticità invece è molto molto difficile, ci vuole grande pazienza, ripetizione, scarnificazione. Un set arduo, ma per come sono fatta io entusiasmante, la ripetitività non mi stanca, mi diverte. Raccontare la semplicità è complicato!

Tre piani è anche un film sulla maternità, per nulla pacificata.

Eh sì, non sono madre nella vita, ma in compenso lo sono molto sullo schermo. La maternità imperfetta è un ruolo che ormai mi appartiene sempre più. Forse è un fatto d’età...

In realtà lei sembra non averla un’età, sullo schermo può essere giovanissima o matura, senza mutare.

È una grazia, con qualche risvolto a volte ridicolo, quando sono entrata in quarta ginnasio nessuno credeva che avessi l’età giusta, sembravo sempre la figlia delle mie compagne. È nei miei geni, non faccio nulla, nessun ritocco o altro. Mia madre ha passato i settanta, ha tutte le sue rughe eppure è bellissima. Dico una banalità? Il segreto è mantenere una giovinezza dell’anima. Capita anche che io possa mostrare molti più anni, sa? Ho questa dote, posso essere antichissima. Coltivare lo stupore comunque è una bella strategia, se ci si riesce. Vabbè, ti verranno le rughe e pure i capelli bianchi, ma rimarrà sempre quella traccia di bellezza sotto i tratti appesantiti.

Alla fine di Tre piani c’è una luce, si esce dal chiuso della palazzina. Lei come si riaffaccia alla “normalità” dopo questo lungo periodo di distanziamento e timori?

Con il lavoro, ma vorrei riuscire a mantenere una consapevolezza, non precipitare più nel vortice, non lasciarmi più afferrare alla gola dagli impegni. Sarà possibile?

Chissà, ci ha abituati al dubbio, i suoi sono sempre personaggi complessi, camminano sull’orlo del disagio, di un disequilibrio femminile in cui tante si riconoscono.

Non sempre è una scelta, a volte oppongo resistenza. Per il film di Bispuri, ad esempio, ho molto rimuginato, avrei voluto il ruolo di Caterina che poi ha interpretato benissimo Maya Sansa. Mi dicevo: “Accidenti per una volta voglio essere io la donna determinata, in carriera”. Ma aveva ragione la regista, perché Adelina mi assomiglia, io sono un po’ come lei. È il mio carattere. Lo spazio della fragilità e di un certo dissidio interiore mi viene naturale, è il mio.

In questo è un’icona, ma dica la verità: non sogna a volte un ruolo diverso, meno impegnato? Tanto per respirare…

Ma sì, certo che lo sogno, vorrei interpretare una supereroina della Marvel, genere Black widow. Insomma finalmente un po’ di relax, qualcosa e qualcuno con una psicologia molto semplice (ride).

Sarà vero?

Lo so che non ci crede, ma succederà, sento che lo farò, prima o poi. Me l’hanno già proposto, ma era una serie, impegno troppo lungo. Verrà il tempo…

Alba e Alice Rohrwacher, dalla campagna umbra a sorelle d’arte, attrice e autrice raffinate. Come è successo, che film vedevate insieme da piccole?

Ne vedevamo molto pochi, abitavamo isolati, al cinema non si poteva andare, la televisione era vietata, mio padre aveva le sue idee alternative. Ad un certo punto, non so come, è entrata in casa una videocassetta di Novecento, un film che mi ha sconvolto, l’abbiamo visto e rivisto, ero troppo piccola per capirne il senso profondo, ma un segno l’ha lasciato. E poi, per fortuna, c’erano Bud Spencer e Terence Hill, i loro erano i soli film che ci lasciavano vedere in tv, Bud è stato il mio idolo d’infanzia. Alice ed io abbiamo approfittato di quel poco che potevamo vedere, sospese tra quella mitica copia di Novecento e le scazzottate di Bud Spencer e Terence Hill. Pensi, da questo bizzarro mix, una sorta di shock primario, siamo uscite noi due. Un bel paradosso, no?

(nella foto in apertura: Alba Rohrwacher indossa: completo giacca e pantaloni, Gucci, come la camicia e i mocassini; Anelli Nudo Chocolate in oro rosa con pietra di luna e diamanti brown, anello Nudo in oro rosa, titanio, ossidiana e diamanti neri, tutto Pomellato, così come il bracciale in oro rosa, ossidiana e diamanti neri. Per la location si ringrazia Hotel Locarno, Roma hotellocarno.com).

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