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I fratelli Rodriguez ci raccontano in esclusiva il loro brand Hinnominate, un affare di famiglia

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Photo credit: Hinnominate
Photo credit: Hinnominate

Una casualità studiata nel minimo dettaglio. Ecco che l'essenza della cultura streetwear arriva nei nostri armadi, nella nostra quotidianità, dopo aver creato stupore (e clamore) nel corso dell'ultimo anno. Si chiama Hinnominate ma dietro questo brand di loungewear ci sono per, ironia, nomi e personalità che conosciamo molto bene: Belén, Jeremias e Cecilia Rodriguez. Travolgenti come un uragano, che però non fa danni. E non lo diciamo per sfociare nei soliti cliché del sangue "caliente", quello, chi più chi meno, lo abbiamo tutti. Genuini, vivaci e diversi. Loro sono quel gruppo di amici con cui è sempre bello stare, parlare di tutto e prendersi in giro, tanto sai che poi non te la prendi. Ed è proprio durante la Milano Fashion Week che Belén, Jeremias e Cecilia Rodriguez hanno deciso di presentare il loro brand sulla terrazza più iconica della città, quella della Rinascente.

Cala il tramonto e le sfumature bianche e grigie dei tailleur appesi alla rella prendono vita illuminate dal Duomo alle loro spalle. È tutto bellissimo, e penso che vedere una tuta in tie dye lilla che brilla sotto la Madonnina è quasi paradossale e proprio pazzesco. Il loungewear da quando è stato scoperto difficilmente verrà abbandonato in favore di jeans troppo stretti e completi ben strutturati. Tessuti soffici al tatto, forme fluide e un po' wide che garantiscono la libertà di movimento, nonché la certezza di una palette cromatica neutra che si concede solo a sfumature pastello e tinte naturali che stanno bene con tutto. Il risultato di Hinnominate è eccellente: la ricercatezza non sta nell'impostazione rigida e austera del look, quanto nelle pieghe del pantalone largo, nelle morbide felpe o nelle casacche in tessuto tecnico. La fascinazione di un aspetto aleatorio che, tra capi e accessori, nel suo insieme, dialoga. Ed è (semplicemente) libertà.

Aver avuto la possibilità di intervistarli mi ha fatto capire che il ruolo che hai all'interno della famiglia rimarrà tuo per sempre e che non smetti mai di essere sorella o fratello. Può sembrare scontato ma Hinnominate è anche questo: una storia di sorellanza e fratellanza. Una storia che parla di libertà nel vestire sì, ma anche nell'essere se stessi e la possibilità di (ri)scoprirsi ancora una volta. Correggersi, migliorarsi e a volte anche non capirsi. Hinnominate è famiglia e nella famiglia, qualsiasi essa sia, puoi essere libero.

Hinnominate si presenta con uno stile loungewear che da sempre è sinonimo di libertà, e proprio da qui vorremmo partire. Cos’è per voi la libertà?

B: Per me la libertà è poter fare ciò che voglio quando voglio, sempre.

C: Essere libera d'essere chi voglio io.

J: Essere chi voglio quando voglio, perché non sempre possiamo essere noi stessi in tutti i contesti, non tutti ti accettano o capiscono.

Come è nata l'idea di Hinnominate?

B: Facendo televisione ho capito che quello è un mondo che ti lega tanto, forse troppo. Per slegarmi un po' da questa realtà ho iniziato a buttare delle basi pensando piano piano in maniera sempre più seria di fare l'imprenditrice. Ho iniziato a occuparmi di progetti che sono andati benissimo e così, dopo aver pensato alla collezione di makeup, skincare, e di bikini Me Fui (con la sorella Cecilia ndr.), volevamo iniziare qualcosa anche con Jere, che ci mancava tanto.

J: Eh si, ero diventato un po' geloso! (ride ndr.)

Perché proprio questo nome?

B: All'inizio "l'innominabile" era stato pensato perché non volevamo dire che il brand era nostro, perché non sai chi c'è dietro a quel progetto puoi avere una visione più oggettiva a riguardo.

C: Non volevamo dire chi c'era dietro a questo brand per capire se poteva piacere lo stesso pur non mettendo la nostra firma ma ci piaceva così tanto che non abbiamo resistito, volevamo dirlo a tutti!

J: Infatti, questa storia è durata tre giorni e poi ci hanno scoperto (ridono ndr.)

In Italia spesso c’è ancora questa concezione che la tuta sia un indumento da casa, la pandemia ha cambiato molto questa prospettiva ma siamo ancora lontani dall’accettarla del tutto nella nostra quotidianità…

B: Quando sono arrivata in Italia dall'Argentina la prima cosa che ho notato dopo il cibo è come si vestivano bene le persone. In Argentina, come anche in America, per uscire non pensi a cosa metterti o a come abbinarlo, c'è un'attitude nel vestire che definirei quasi selvaggia e libera. Mentre qui è tutto diverso. Infatti nella nostra collezione abbiamo voluto unire questi due mondi e quindi ricreare qualcosa di confortevole e libero ma anche bello da osservare, indossare e toccare. Abbiamo fatto questa scelta perché ci divertiva pensare di ribaltare e rompere le regole in una contaminazione continua tra rigore e loungewear.

Com'è lavorare tra fratelli?

B: Bellissimo ma ce l'abbiamo fatta vedendoci tantissimo, fissando tanti appuntamenti e lavorando di squadra. Perché potrebbe sembrare di no ma per una collezione del genere serve tanto lavoro. Anche solamente per decidere dove mettere l'etichetta.

C: Pur essendo cresciuti nella stessa casa e con gli stessi genitori, siamo completamente diversi, percorsi, stili e personalità. Ed è proprio nella diversità che siamo riusciti a trovarci.

Chi era il più scettico tra di voi?

B: Devo dirti la verità, nessuno. Perché andava tutto talmente bene che volevamo buttarci tutti e tre in quest'avventura. Quando tutto va bene vuoi spingere perché capisci che è giunto il momento di lasciarti andare senza paranoie. Siamo partiti positivi e abbiamo ottenuto un risultato che davvero non ci aspettavamo.

Hinnominate presenta capi fluidi tra uomo e donna che possono facilmente interscambiarsi. Da bambini vi capitava di scambiarvi i vestiti?

(Ridono, ndr)

B: Ok adesso ti raccontiamo questa che non abbiamo mai raccontato a nessuno. Cecilia da piccola aveva una maglietta in tie dye di Barbie, Jeremias un giorno se la mette e torna a casa con la maglia completamente strappata.

J: Cecilia era tristissima perché era la sua maglietta preferita. Non è mai capitato però che mettessi cose di Belén, (ride, ndr). Però dal canto mio a Cecilia e Belén ho sempre prestato tutto anche se quando eravamo più piccoli l'oversize non era poi così di moda. Gli è sempre piaciuto questo stile un po' maschiaccio, è il preferito di Cecilia.

Il loungewear e i capi oversize spesso vengono usati da tanti ragazzi e ragazze per sentirsi al sicuro, per sentirsi più belli e confident, pensate che Hinnominate possa aiutare a sentirsi meglio con sé stessi?

J: Io posso parlarti per esperienza perché ho avuto problemi di obesità e nascondermi in abiti larghi mi faceva stare meglio. Oggi non indosso più così tanto capi oversize ma mi è rimasta la volontà di far sentire belle e a proprio agio le persone che non riescono non vogliono mostrarsi appieno. Con questo progetto vorrei far sentire tutte e tutti bene nella propria pelle.

In un mondo in cui poi si tende sempre di più a mostrare la nudità, l'oversize sta riscoprendo una nuova sensualità...

B: Mi ricordo la prima volta che sono andata a dormire a casa del mio compagno (Antonino Spinalbese, ndr) ero in minigonna e sono uscita la mattina dopo con indosso i suoi vestiti: camicia e pantaloni larghi. Lui non se la scorderà mai quella volta, mi dice sempre: "Ti vedevo camminare con i miei vestiti e volavo". E credo sia proprio questo il nuovo concetto di sensualità nell'oversize.

Come si è evoluto il vostro stile negli anni?

J: Io sono peggiorato (ridono, ndr) No, la verità è che non sono un vero e proprio appassionato di moda.

B: È particolare, a lui non interessano queste cose. Aveva la possibilità di vivere a Milano e se ne è andato fuori, aveva Whatsapp e si è cancellato, è un anticonformista. Perché per lui la moda, se ostentata, è solo apparire.

J: Esatto, non mi piace la moda quando è pensata solamente per essere guardata.

E voi ragazze come definireste il vostro stile?

C: Belén ha uno stile che mi fa impazzire ma in cui non mi rispecchio molto, è super sexy.

B: Ma no dai, questo perché vengo da un'altra generazione! Mi piace vestirmi femminile. Chechu è più maschiaccio.

C: Sì, se indosso cose troppo aderenti mi sento a disagio. Ma è cambiato tutto quando sono arrivata in Italia perché quando vivevo in Argentina non avevo la possibilità di indossare tutto quello che volevo, banalmente anche solo dal punto di vista economico. Sono arrivata qui e ho iniziato pian piano a conoscermi sotto altri aspetti, a sperimentare e capire cosa mi piacesse davvero. Oggi non sono una che è sempre alla ricerca di vestiti firmatissimi, mi piace vestirmi con qualsiasi cosa, amo ricreare look più svariati e fare abbinamenti con capi che non siano per forza di moda. Mi piace così tanto che quando vado a dormire la notte, mi addormento pensando a cosa indosserò il giorno dopo.

Cosa avete imparato di voi stessi e del vostro rapporto da questo progetto?

C: Quando siamo partiti con questo progetto era un momento molto particolare. Ci siamo detti "buttiamoci" perché era una cosa che volevamo fare tutti e tre ma non avevamo nessuna certezza di come sarebbe andata. La fiducia è la cosa che personalmente questo progetto mi ha insegnato di più. Avere più fiducia in me stessa, i noi e in tutto ciò che facciamo.

B: Sul mio conto non ho imparato nulla che non sappia già ma te lo dico senza presunzione. Perché ormai so che sono una persona organizzata che può portare avanti un progetto. Sicuramente però è stata una conferma. Ecco, ho imparato ad essere riconfermata. Questa è una cosa che temo e che al contempo ho molto a cuore. Gli anni passano per tutti e si presenta sempre il bisogno e la necessità di essere riconfermati perché altrimenti passi di moda, finisce tutto e soffri. Ed è proprio per questo motivo che ho iniziato a fare l'imprenditrice. Quindi la cosa più bella che mi ha insegnato questo progetto è la consapevolezza che le persone si fidino ancora di me e che mi vogliano bene.

J: Per me è stato un cambiamento ancora più grande perché è il mio primo vero progetto dopo aver mollato con il mondo della moda, un ambiente che, in passato, non mi è piaciuto per niente. Quindi per me, a differenza di Belén, è stata una conferma, la prima. Sapere che posso farcela e che ce l'abbiamo fatta.

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