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Game of Libia: la crisi infinita non sarà risolta dalle elezioni di dicembre

·4 minuto per la lettura
(Photo: Xinhua News Agency via Getty Images)
(Photo: Xinhua News Agency via Getty Images)

L’ex Quarta Sponda è tornata nel caos. Il governo di unità nazionale guidato da Abdul Dbeibah, è stato sfiduciato dal parlamento. Su 113 deputati presenti, 89 hanno votato contro l’esecutivo che deve traghettare il paese alle elezioni del 24 dicembre. Ma il governo non cadrà, almeno per il momento. Ne è convinto, interpellato da Huffington Post, Arturo Varvelli, direttore dello European Council on Foreign Relations a Roma, un think-tank specializzato in affari internazionali: “Il Consiglio supremo dello Stato, uno dei molteplici organi della giungla istituzionale libica, ha già dichiarato non valida la mozione di sfiducia. La transizione politica in Libia ricorda Game of Thrones. Tutti contro tutti, sempre pronti a delegittimarsi a vicenda, incapaci di mollare l’osso del proprio potere in favore di un bene comune”.

La transizione libica, in realtà, dura da dieci anni, quando cadde il quarantennale regime di Muammar Gheddafi. Dal 2011, l’anno delle primavere arabe, il paese è spaccato in più fazioni. “La situazione è simile a quella di altri ‘stati falliti’, come la Somalia”. Col tempo si sono rafforzati due centri di potere: uno in Tripolitana (l’ovest), guidato da Serraj; e l’altro in Cirenaica (l’est), sotto il controllo del generale Haftar. Dopo il fallito tentativo di quest’ultimo di unificare il paese, a marzo la situazione istituzionale sembrava procedere verso una sostanziale riconciliazione, con la nascita di un governo di unità nazionale sostenuto, sulla carta, da tutti gli attori presenti in Libia.

La prossima tappa sono le urne, a dicembre. “Le elezioni non saranno decisive. A marzo pensavamo che fossero la via maestra verso una riconciliazione nazionale. Poi però la frammentazione interna ha fatto la sua parte. Scommetto che chi perderà denuncerà il risultato – prevede Varvelli – mettendo in dubbio la legittimità del vincitore. Il caos che vediamo oggi si protrarrà anche oltre il 24 dicembre, ne sono sicuro”. Chi c’è dietro la manovra di palazzo che ha sfiduciato Dbeibah? “Difficile dirlo. Può essere stato l’influente presidente del parlamento Saleh, in accordo con il generale Haftar, ancora uomo forte nella zona orientale del paese. Entrambi non sono entusiasti dello spostamento del baricentro di questo governo verso ovest, verso la Tripolitania, dominata invece dall’influenza dei turchi”.

Il ruolo delle potenze regionali resta centrale nella crisi del paese nordafricano. Anzi, si espande quando gli attori locali vanno meno d’accordo. “Russi e turchi restano attori imprescindibili per il futuro assetto del paese”. Pochi giorni fa, alle Nazioni Unite, la Russia ha attivato il proprio potere di veto in Consiglio di Sicurezza, impedendo il rinnovo di Unsmil, la missione ONU in Libia. “La mozione prevedeva, tra l’altro, l’espulsione di tutti i militari stranieri e dei mercenari presenti nel paese. Mosca non avrebbe mai potuto votare a favore, dato che il Wagner Group, la famigerata compagnia di mercenari al servizio del Cremlino, è presente in diverse zone del paese, dal golfo della Sirte fino ai deserti del Fezzan”. Per Putin, la Libia è strategicamente importante. “Per tenere un piede nel Mediterraneo, ma anche per avere un trampolino di lancio verso il Sahel, altra regione dove Mosca ha rafforzato la sua presenza negli ultimi anni”. E poi ci sono i turchi, che in Tripolitania vogliono mettere le mani sulle commesse in arrivo per la ricostruzione del paese. “La Turchia – chiarisce Varvelli – si reputa la potenza uscita vincitrice dal conflitto con Haftar. Erdogan vuole riscuotere i dividendi della vittoria”.

Turchi e russi, ma non solo. Anche le nazioni europee, non solo per la vicinanza geografica, restano interessate al caos libico. Anche se con un ruolo, nei fatti, più defilato rispetto a Mosca ed Ankara. In queste ore, a latere della settantaseiesima assemblea generale delle Nazioni Unite, i vertici delle diplomazie di Germania, Francia e Italia si stanno confrontando sulla Libia. Può esistere una regia europea nella risoluzione della crisi? “A livello diplomatico gli europei sono riusciti ad ottenere molto. Poi però, quando c’è da implementare le decisioni, non toccano palla, dato che fanno fatica ad intervenire con gli ‘stivali sul terreno’ come invece fanno Erdogan e Putin. Dal vertice al Palazzo di Vetro di oggi mi aspetto al massimo una presa di posizione comune, con il solito giro di dichiarazioni concilianti verso tutte le parti in causa”.

In questo scenario di debolezza geopolitica del Vecchio Continente, spicca l’intenzione del ministro degli Esteri francese, Jean Yves Le Drian, di ospitare in Francia una conferenza internazionale sulla Libia il prossimo 12 novembre. “Non sappiamo ancora se si tratta di un’iniziativa concertata con gli alleati europei. L’unica certezza è che in Nordafrica Parigi non ha mai messo da parte il suo tradizionale unilateralismo nelle faccende internazionali. Ai francesi piace agire in autonomia, non è una novità: loro si dicono ‘europei’ solo quando l’Europa è in linea con gli interessi francesi”. E l’Italia? “Da ex potenza coloniale siamo ovviamente interessati alle vicende libiche. La Farnesina è molto attiva. Il ministro Di Maio si è recato varie volte nel paese. Ad aprile ha partecipato ad una missione congiunta con Le Drian ed Heiko Maas, il ministro degli Esteri tedesco. Però poi – conclude Varvelli – quando bisogna attuare le nostre intenzioni ci troviamo di fronte alla nostra incapacità di usare la forza”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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