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Gas dalla Russia, i rubinetti a singhiozzo arma in più per Putin

(Adnkronos) - Aprire e chiudere i rubinetti del gas dalla Russia. Per esigenze tecniche, come si dice, o per una attenta strategia di Vladimir Putin che sul ricatto del metano ha da sempre riposto aspettative alte. Le notizie si susseguono da settimane, alternando aperture, chiusure, ultimatum e rassicurazioni. La sostanza è che le forniture sono sempre meno di quelle promesse e che la debolezza dell'Europa, che non ha deciso sul tetto al prezzo del gas e rischia di spaccarsi sul piano predisposto per l'inverno, offre una sponda in più ai calcoli di Mosca.

Da una parte ci sono i fatti, dall'altra la loro interpretazione. Il flusso di gas attraverso il gasdotto che corre dalla Russia alla Germania sotto il Mar Baltico scenderà mercoledì a 33 milioni di metri cubi. Il Nord Stream 1 ha una capacità giornaliera di circa 167 milioni di metri cubi. A giugno, il colosso energetico statale russo aveva ridotto quel volume a soli 67 milioni di metri cubi al giorno.

Il teatrino che anticipa e segue le decisioni di Gazprom sembra avere poco a che fare con le motivazioni che di volta in volta vengono prodotte. La contesa ruota intorno alla famosa turbina che da settimane era in manutenzione. Riparata in Canada, ora si trova a Colonia, perché la Russia non ha concesso il permesso per il suo trasporto. Gazprom ha invece contestato la documentazione inviata, necessaria alla ricezione e reinstallazione della turbina. E ha comunque fatto riferimento alla manutenzione di un'altra turbina.

Le proteste di Berlino poggiano sulla convinzione che Putin stia andando avanti con il suo ricatto energetico. Non vi è "alcuna ragione tecnica" che giustifichi la riduzione della quantità di gas fornita dalla Russia, ha evidenziato il Ministero federale tedesco dell'Economia e dell'Energia contestando le ricostruzioni di parte russa. Le accuse alla Russia di essere un fornitore di gas inaffidabile sono "in contrasto con la realtà" e con "la storia" degli approvvigionamenti russi all'Europa, ha replicato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, secondo quanto riferito dall'agenzia Tass, respingendo le accuse del cancelliere tedesco Olaf Scholz.

Il problema, sostanziale, va oltre le scaramucce verbali. Mosca continuerà ad aprire e soprattutto a chiudere i rubinetti del gas, in base all'andamento del conflitto in Ucraina e anche in base ai rapporti di forza con l'Europa e, più in generale con il fronte occidentale. Le dimissioni di Boris Johnson nel Regno Unito e quelle di Mario Draghi in Italia hanno indubbiamente indebolito il campo avversario e la Germania, che condivide con l'Italia il problema della dipendenza dal gas russo, è un obiettivo naturale di Putin in questa fase.

L'unica risposta efficace può arrivare da un'Europa capace di reagire con una politica energetica che prescinda, e in fretta, dai rubinetti di Mosca. Ha faticato a farlo finora e la spinta che mancherà da Draghi, che può poco nella sua funzione di premier dimissionario, rischia di peggiorare la situazione. Lasciando in mano a Putin un'arma in più per soffocare la resistenza dell'Ucraina, indebolendo il sostegno dell'Europa a Kiev.

(di Fabio Insenga)

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