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Giangrande: "Lo Statuto dei lavoratori è importante. Ma oggi serve uno Statuto dei diritti"

·5 minuto per la lettura
Nicolò Giangrande (Photo: Huffpost)
Nicolò Giangrande (Photo: Huffpost)

“Lo Statuto dei lavoratori ha ancora una sua importanza e una sua validità, ma oggi il mondo del lavoro presenta urgenze che necessitano di nuove risposte e, infatti, la Cgil ha proposto un nuovo Statuto dei diritti. La stagnazione dei salari è un’urgenza: servono azioni rapide e concrete, a iniziare dalla riduzione delle
tipologie dei contratti precari”. A parlare così è Nicolò Giangrande, economista e ricercatore alla Fondazione Giuseppe Di Vittorio della Cgil. Classe 1985, tra i giovani studiosi del mercato del lavoro più accreditati in Italia, Giangrande ritorna sul tema del nuovo lavoro al centro del dibattito lanciato da Huffpost. “La crescita del Pil - spiega - si sta riflettendo in una crescita occupazionale precaria, mentre oggi è urgente rilanciare la piena e buona occupazione, con salari in linea a questo rilancio”.

Cosa ci dicono le ultime tendenze del mercato del lavoro?

Partiamo dagli ultimi dati forniti dall’Istat. A livello congiunturale, ad agosto abbiamo avuto un calo di 80mila occupati rispetto a luglio. Nel tendenziale, invece, abbiamo una crescita di 293mila occupati dipendenti: l′80% di questi sono precari. I numeri ci dicono che il recupero sull’anno pre-pandemico si sta facendo su un’occupazione a tempo determinato, precaria quindi. Al Paese serve invece un rilancio della piena e buona occupazione e dei salari.

Prima di capire come si possono rilanciare i salari, partiamo dalla fotografia attuale degli stessi salari.

In Italia abbiamo una stagnazione salariale di lungo periodo: è il risultato di politiche economiche che hanno tentato di recuperare competitività tramite la moderazione salariale. Il salario lordo annuale medio per un dipendente full-time in Italia nel 2019 era di circa 30mila euro, cresciuto di solo il 3,1% dal 2000. Se prendiamo lo stesso tipo di salario, in Germania era pari a 42.400 euro, in Francia di 39.100 euro: quello tedesco è cresciuto del 18,4%, quello francese del 21,4 per cento.

Insomma siamo parecchio indietro.

Le do un altro dato: nel 2019, prima che arrivasse la pandemia, l’Italia era l’unico Paese tra le maggiori economie dell’eurozona che non aveva ancora recuperato i livelli salariali pre 2008, quando scoppiò la grande crisi. E il nostro Paese era anche contraddistinto da un lento recupero dei livelli occupazionali. Il nostro mercato del lavoro è un mercato che, a causa della struttura produttiva, è caratterizzato da una maggiore incidenza delle professioni a bassa qualifica e da un peso del part-time più alto che nell’eurozona. Sono due elementi che spingono in basso i salari.

I salari sono disallineati rispetto al lavoro effettivamente svolto?

Assolutamente sì. Nel 2019, le ore medie annue lavorate da un dipendente sono state 1.583, mentre in Germania 1.334, quindi 249 in meno. Il paradosso italiano è che si lavora molto di più a causa della scarsa capacità tecnologica e ai bassi investimenti in innovazione nel nostro sistema economico, ma la quota di reddito che va al fattore lavoro tramite i salari è molto più bassa: da noi è il 52,8% mentre in Germania è il 59,2 per cento.

Nel frattempo è arrivata la pandemia. La situazione si è aggravata?

Tra il 2008 e l’anno della crisi pandemica nel mercato del lavoro è cresciuta l’area della precarietà occupazionale. Dentro ci sono gli occupati dipendenti a tempo determinato, i precari, che sono passati da 2,3 a 2,7 milioni, ma anche chi lavora in part-time involontario, cioè chi vorrebbe lavorare più ore. In questo periodo si è registrata una crescita imponente di questa seconda componente: le persone che lavorano in part-time involontario sono passate da 1,3 a 2,7 milioni, un aumento del 106%. Anche la quota del part-time involontario sugli occupati part-time è aumentata: pesavano il 40,2% nel 2008, nel 2020 siamo al 64,6 per cento, cioè 24,4 punti percentuali in più.

Torniamo alla necessità di intervenire sul disagio salariale. Da dove si parte?

Innanzitutto inquadrando bene il fenomeno. Su 15,9 milioni di dipendenti privati, 5,2 milioni sono a un livello sotto i 10mila euro lordi annui. I full-time a tempo indeterminato e continui hanno un salario medio di 36.200 euro: la nostra categoria più alta guadagna in media meno del salario medio tedesco e francese. Non è una questione solo di numeri. Il salario entra nella domanda tramite i consumi e quindi aiuta a sostenere la domanda interna, la crescita.

Veniamo agli strumenti. Come si rilanciano i salari?

Possiamo individuare almeno quattro azioni. La prima è orientare gli investimenti pubblici del Recovery con più attenzione verso la crescita dell’occupazione. Non dobbiamo dimenticare che i recuperi occupazionali resteranno quest’anno distanti dai livelli pre-pandemia. Se confrontiamo il dato di agosto di quest’anno con quello di agosto del 2019 sono 539mila gli occupati in meno. La seconda azione è una riduzione delle tipologie dei contratti precari: il lavoro stabile e ben retribuito è fondamentale per stimolare le imprese a investire e ad aumentare la produttività.

C’è chi sostiene che è fondamentale completare anche i rinnovi contrattuali.

È un punto imprescindibile. Secondo gli ultimi dati dell’Istat, i lavoratori dipendenti interessati dal completamento dei rinnovi contrattuali sono 7,3 milioni, circa il 60% dei lavoratori dipendenti. I tempi medi di attesa per chi lavora con un
contratto scaduto stanno aumentando: sono passati da 16 a 28 mesi. Il rinnovo dei contratti è importante perché, come anche dimostrato dai dati Istat, tutela il potere d’acquisto dei salari. All’intervento sui rinnovi, aggiungerei anche la necessità di un sistema di ammortizzatori sociali adeguato.

Che elementi deve avere il nuovo impianto degli ammortizzatori?

La pandemia ha messo in luce un sistema molto frammentato. Serve un sistema nuovo, basato sui principi dell’universalità, dell’inclusività e dell’equità. Serve anche per venire incontro ai disoccupati sostanziali. Come Fondazione Di Vittorio abbiamo calcolato l’area della disoccupazione sostanziale che, oltre ai 2,3 milioni di disoccupati di fatto, include 1,6 milioni di inattivi assimilabili ai disoccupati. L’indice di disoccupazione sostanziale raggiunge così il 14,5%, con un aumento di 5,3 punti percentuali rispetto al tasso di disoccupazione ufficiale.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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