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Governare il futuro. Parole d’odio online: ammonire è meglio che vietare?

·3 minuto per la lettura

Non ci sono soluzioni salvifiche per sconfiggere la piaga delle parole d’odio online.

Rappresentano, sfortunatamente, l’altra faccia della libertà di espressione e sono connaturate alla società come il bene e il male appartengono da sempre alla storia dell’umanità.

Ma questa constatazione, naturalmente, non può sollevare nessuno, ciascuno nel proprio ruolo, dal provare a fare il possibile per limitare le derive e gli abusi della libertà di espressione nella dimensione digitale.

In questo contesto è interessante il risultato cui si perviene in uno studio da poco pubblicato dalla Cambridge University Press nel quale, all’esito di una ricerca condotta da tre ricercatori della stessa università, si ipotizza che una – ovviamente tra le tante – possibili soluzioni per limitare il fenomeno sia ammonire gli utenti che sorpassano il confine della civile espressione delle idee e delle opinioni in relazione al rischio che, se lo facessero ancora, potrebbero essere privati più o meno a lungo o, magari, addirittura per sempre dell’accesso alla piattaforma di social network utilizzata per condividere con il mondo il loro pensiero.

L’esperimento è stato condotto su Twitter ma non c’è ragione per pensare che la tesi non sia valida anche in altri contesti digitali.

Quello che i tre ricercatori hanno osservato è che quando a un utente viene fatto notare che ha esagerato magari violando i termini d’uso della piattaforma e che altri utenti che hanno fatto altrettanto sono stati messi alla porta da Twitter, nel dieci-venti per cento dei casi, almeno per una settimana, l’utente si astiene dall’esagerare di nuovo.

Nel corso dello stesso studio, peraltro, è emerso anche che più il messaggio di ammonimento è un messaggio scritto in punta di penna, con rispetto, cordialità e educazione più il destinatario è spinto a modificare il proprio comportamento e a adeguarsi alle regole del social network.

I ricercatori, peraltro, hanno condotto l’esperimento inviando i messaggi di ammonimento attraverso alcuni account creati per l’occasione con un centinaio di follower ciascuno ma ipotizzano che se gli ammonimenti provenissero da account con un maggior seguito e, quindi, considerabili più influenti nella community di riferimento, l’efficacia della soluzione sarebbe maggiore.

E, sempre secondo i ricercatori, gli ammonimenti potrebbero funzionare ancora di più se provenienti direttamente da un account ufficiale di Twitter perché, inesorabilmente, lo scenario di esser messi alla porta, risulterebbe ancora più credibile per i destinatari.

Lo studio ipotizza che questa soluzione sia più efficace rispetto all’esclusione diretta dell’utente che viola le regole di comportamento perché, in quel caso, l’utente sarebbe portato a riprovare a entrare, con analoghi contenuti, attraverso account diversi o, comunque, a proseguire lungo il suo percorso di odio su altri social.

Niente di più di un’ipotesi di studio, naturalmente.

E, però, davanti un problema epocale per il quale non si sono trovate soluzioni davvero efficaci ed è almeno lecito dubitare – per lo meno con riferimento a quelle parole d’odio che non integrino gli estremi di un qualche reato – che ne esistano o, forse peggio, che i rimedi non siano peggiori del male che si intende curare, forse, varrebbe almeno la pena provare più diffusamente la bontà della tesi in questione.

Con i bambini, in fondo, nel mondo reale, funziona.

Chissà che non funzioni anche con gli adulti nella dimensione digitale.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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