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Grillo, Federico Ciontoli (caso Vannini): "Dispiace per figlio ma presunzione innocenza vale per tutti"

webinfo@adnkronos.com (Web Info)
·3 minuto per la lettura

"A me dispiace tantissimo per il figlio di Grillo, proprio perché so cosa significa. A prescindere da tutto, dall'innocenza o dalla colpevolezza, mi dispiace tantissimo per quello che lui dovrà subire e che sta subendo. So perfettamente cosa significa, a maggior ragione se lui è innocente, perché lo stanno distruggendo". A parlare, interpellato dall'Adnkronos, è Federico Ciontoli, figlio di Antonio Ciontoli, implicato nell'omicidio di Marco Vannini. Commentando il video in cui il garante M5S Beppe Grillo prende le difese del figlio Ciro, accusato di stupro di gruppo, Ciontoli sottolinea come "la presunzione di innocenza" debba valere "per tutti" e punta il dito contro la politica, in particolare contro alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle, accusandoli di "ingerenze" nel processo Vannini.

"Penso sia chiara l'ingerenza politica che c'è stata nel mio caso, proprio sulla presunzione di innocenza. L'ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ma anche l'ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta, Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio... tutti sono intervenuti nel mio caso a processo in corso, prendendo parte", prosegue Federico Ciontoli, ricordando anche il caso "della dirigente del Miur (Giovanna Boda, ndr) che ha tentato il suicidio dopo le notizie uscite sui media".

"Anche Salvini in questi giorni è stato rinviato a giudizio. La presunzione di innocenza dovrebbe essere rispettata per tutti, è fondamentale", insiste Ciontoli, condannato nel processo d'appello bis per la morte di Vannini a nove anni e quattro mesi per concorso anomalo in omicidio volontario, così come la sorella Martina e la madre Maria Pezzillo. Il padre Antonio Ciontoli è stato invece stato condannato dalla Corte d'Assise d'Appello a 14 anni per omicidio volontario con dolo eventuale.

La vicenda processuale che lo ha visto coinvolto "ha avuto delle ripercussioni sulla mia vita", racconta ancora all'Adnkronos Federico Ciontoli: "Ho lavorato fino a due anni fa, ovvero fino a quando hanno cominciato a dire in tv che avevo sparato a Marco, nonostante questa fosse una ipotesi scientificamente scartata nel processo, totalmente infondata. Cominciarono ad arrivare minacce di morte nei miei confronti. E per tutelare l'incolumità degli altri miei colleghi decisero di mandarmi via. Negli ultimi due anni ho fatto volontariato, ho vissuto a casa di Viola, la mia ragazza".

Nel 2015, anno della morte di Vannini, "stavo ultimando la tesi magistrale in ingegneria elettrica. Dopo la vicenda non ho più proseguito. Io e la mia famiglia siamo dovuti fuggire da Ladispoli: era impossibile andare anche a fare la spesa, andare in farmacia. Sono dovuto andare a lavorare, ho lavorato in una impresa industriale e poi come software developer per un'altra azienda. Due mesi prima che mi mandassero via - continua - mi avevano aumentato lo stipendio, tutti sapevano della mia vicenda processuale. Non è stata quella la ragione del mio allontanamento. Il motivo erano le minacce di morte e la pressione mediatica: giornalisti sotto casa, che mi seguivano a lavoro". A differenza del figlio del cofondatore del M5S "nessuno nella mia famiglia ha potuto difendermi mediaticamente", conclude Ciontoli. (di Antonio Atte)