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Guadagnino riformatta lo sguardo, i colori, l’identità, il genere, gli articoli "la" e "il"

Filippo Brunamonti
·Giornalista
·4 minuti per la lettura

New York - Non è la (o il) barbablù di Richard Burton nella folktale scritta da Maria Pia Fusco, Di Concini e Dmytryk nel ’72. Ha lo smalto più nero (o giallo) di un mosquito di Filip Jan Rymsza. Indossa il maglione di un color arancio che somiglia a una piccola notazione a margine della United Artists sulle Silly Symphonies, quando Disney combinava ancora rosso-arancio, prima dell’era dello ‘splendore visivo’. Fraser (Jack Dylan Grazer, ologramma dodicenne di Timothée Chamalet in Beautiful Boy) ha 14 anni. Arriva in Italia da una “vita perfetta a New York”. Capello biondo platino, come Justin Bieber, come Lucky Blue Smith, come Virna Lisi in 35 millimetri, tra Lemmon, Curtis e Sinatra.

Le sue mamme sono Chloë Sevigny e Alice Braga; una delle due, Sarah/Sevigny sta per diventare colonnello. La base militare dove hanno scelto di trasferirsi è a Chioggia. Le prime facce - bocca, piselli, sederi palestrati - sono quelle dei militari sotto la doccia. Fraser ha gli occhi sul soldato Jonathan (Tom Mercier, l’israeliano auto-esiliato nel torrido Synonyms di Nadav Lapid) ma dei teenager in fermento nella base americana solo Caitlin (Jordan Kristine Seamón), con la sua poesia d’amore letta in classe, col suo non conoscere e voler conoscere, conoscere, conoscere, riesce a catturare il cuore del ragazzo, prima del cambio di punto di vista, nell’episodio 2 (degli 8 in totale), quando tocca proprio a Caitlin raccontare come vanno le cose nella serie HBO We Are Who We Are (dal 9 ottobre su Sky Atlantic).

Un'immagine di "We are who we are", la nuova serie di Luca Guadagnino (Photo: HBO)
Un'immagine di "We are who we are", la nuova serie di Luca Guadagnino (Photo: HBO)

Una coming-of-age story che riformatta lo sguardo. E i colori, l’identità, il genere, gli articoli la e il. È dalla sua fabbrica-studio, dalle ‘bambole perverse’ Ida Lupino e Kathryn Bigelow, che Luca Guadagnino scrive e dirige - appeso alle cuffie e alla musica (I was looking at the ceiling and then I saw the sky…) che ascolta Fraser al mare - scegliendo quando spegnere i timpani dei co-sceneggiatori Paolo Giordano e Francesca Manieri e tornare da Caitlin, nel suo vestirsi da maschio (in quei momenti il nome muta in Harper), nel senso dell’incontro e dell’amicizia, nel rapporto che ha con il padre, fino al terzo episodio - e ritorno al primo - in cui è Francesca Scorsese, figlia di Martin, a rubare la scena nel ruolo di Britney. Quando chiede di ‘camminare’ per lei, così sa se chi ha davanti è ben dotato oppure no. Quando dice la sua sui corridoi dei supermercati nelle basi militari (“Tutti uguali. Per non farci perdere dentro”).

Jordan Kristine Seamón e Jack Dylan Grazer in "We Are Who We Are", la serie tv di Luca Guadagnino prodotta da Hbo (Photo: Yannis Drakoulidis / HBO)
Jordan Kristine Seamón e Jack Dylan Grazer in "We Are Who We Are", la serie tv di Luca Guadagnino prodotta da Hbo (Photo: Yannis Drakoulidis / HBO)


Le case-basi sono costruite con il senso dell’esistenza di una Domino’s Pizza o di uno Strip Mall, sognando la Les Jours Meilleurs House e l’architettura per “giorni migliori” di Jean Prouvé. La febbrilità con cui il direttore della fotografia di The Square (Fredrik Wenzel), il montatore Marco Costa, il compositore Devonté Hynes, e persino i suspirianti titoli del graphic designer Nigel Peake, aprono squarci su comportamenti lontani dalla likeability degli adolescenti (“I quattordicenni, in generale, non sono particolarmente simpatici” dice Guadagnino a NPR), fanno pensare a una serie contro-il-succo-d’albicocca, contro la pesca spermatozoica di Elio in Chiamami col tuo nome. Contro i sensi.

E invece tutto diventa più caldo e sensuale quando Jordan Kristine Seamón e Grazer scelgono le lagune e corrono via dai supermarket e dalle informazioni che i cellulari sputano fuori se cerchi la parola transgender su Google (in una pensilina dell’autobus nel Lower Manhattan, il volto di Jordan Kristine sul poster della miniserie ha Black Lives Matter appiccicato in fronte e Non-Binary sul braccio).

Se lasciassero parlare la sociologa americana Ruth Useem - il termine third-culture kid coniato negli anni Cinquanta è suo - gli Expatriate Children di Guadagnino, da Palermo all’Etiopia, dalla Nigeria all’America, dai militari ai diplomatici, sarebbero ibridi soltanto. Sono molto di più. Il New York Times parla di We Are Who We Are come di ‘risposta al razzismo trumpiano’, ricordando che Kamala Harris, la candidata vice, è l’ibrido del futuro, la post-umana nata da genitori giamaicani e indiani. Ma Fraser, Caitlin, Danny, Britney e gli altri sono molto più di un incrocio colto, politico e sperimentale. Loro, appunto, sono quello che sono.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.