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Guarda chi si rivede: la paura

Pierluigi Gerbino
·6 minuto per la lettura

Chi mi segue da tempo oggi sentirà ripetere concetti non nuovi, ma che ciclicamente uso per spiegare quel che i mercati ci comunicano. Questo perché, nonostante il tempo passi, la tecnologia avanzi e le capacità creative imprenditoriali ci permettano oggi di ottenere o progettare cose che solo pochi anni fa nemmeno riuscivamo ad immaginare, l’emotività umana agisce sempre con i medesimi meccanismi. E, in certi momenti, sui mercati è l’emotività di massa che si mette alla guida e decide la direzione dei mercati.

Nei tanti anni di commenti quotidiani avrò ripetuto molte decine di volte che i mercati fanno sempre quel che vogliono. Non solo. Lo fanno quando vogliono, come vogliono… e non ci mandano un SMS per avvisarci. Questo succede perché il meccanismo con cui si formano i prezzi è il più democratico che sia possibile immaginare. Si chiama legge della domanda e dell’offerta, secondo il quale se aumenta il volume dei compratori più di quello dei venditori, i prezzi salgono, mentre il caso contrario li fa scendere. E’ solo questo, in ultima analisi, che decreta le oscillazioni dei mercati.

E’ un meccanismo del tutto simile a quello del voto, che nelle democrazie è usato per determinare i risultati elettorali e l’approvazione delle leggi.

E’ un sistema semplice ma delicatissimo, poiché, come abbiamo constatato varie volte nella storia dell’umanità, consente la possibilità che prevalgano le forze che potrebbero distruggerlo. Molte dittature emergono attraverso la presa del potere grazie al metodo democratico e lo smantellano dopo essersene servite per entrare nella stanza dei bottoni. 

Tuttavia, come disse Churchill in un suo celebre aforisma: “la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”.

La stessa cosa penso possa essere detta per il meccanismo con cui si formano i prezzi di mercato. Ha i suoi difetti, ma non ne conosciamo di migliori.

Di conseguenza i prezzi dei mercati finanziari sono l’unico modo quasi sempre soddisfacente che abbiamo per misurare in modo efficiente la percezione del futuro da parte  della massa degli operatori.

Ovviamente la percezione del futuro è enormemente condizionata dallo stato d’animo emotivo di massa, quello che in modo un po’ più grossolano possiamo chiamare “umore”. L’umore di massa, come quello individuale, esprime la confidenza degli operatori rispetto al futuro. Ha un andamento ciclico, attraverso l’alternanza di fasi opposte di ottimismo e pessimismo. Il movimento di alternanza emotiva può avvenire gradualmente e lentamente, quando non parte da situazioni estreme.

Quando invece l’inversione emotiva avviene su livelli molto elevati di ottimismo (“euforia”) oppure su livelli eccessivi di pessimismo (“depressione”), il movimento di esondazione può essere traumatico e veloce.

Chiamiamo “volatilità” questo fenomeno e lo misuriamo statisticamente in vari modi. Il più usato è la deviazione dei valori rispetto alla propria media. Molto nota è una particolare misura della volatilità: il Vix, che è diventato esso stesso uno strumento finanziario derivato che si può negoziare al mercato dei derivati CBOE di Chicago. Il Vix misura la volatilità implicita che viene incorporata nei prezzi delle opzioni  sull’indice SP500. Misura perciò la paura di ribasso attraverso l’ammontare che il mercato paga per proteggersi con l’opzione. Quando il popolo degli investitori è in situazione euforica diventa molto sicuro di sé e non vede pericoli all’orizzonte. Perciò il Vix tende ad assumere valori molto bassi. Quando invece il mercato è depresso e in preda al pessimismo, il Vix tende ad assumere valori elevati.

Chi ha letto i commenti dei giorni scorsi avrà notato che ho rimarcato più volte l’incapacità di stornare da parte degli indici americani. Ogni piccolo cedimento veniva immediatamente comprato e gli indici tornavano regolarmente migliorare i massimi storici.

Apparentemente nulla faceva pensare ad un cambiamento di umore. Però, come per i terremoti, a volte avvengono segnali premonitori che sono campanelli d’allarme.

Ieri mattina ho fatto notare la difficoltà degli ultimi giorni a mantenere il ritmo rialzista intrapreso da inizio novembre e la formazione di divergenze di comportamento tra l’indice SP500 e gli indicatori di forza direzionale. Qualche giorno fa avevo avvertito della perdita di coralità del rialzo, con gli indici europei in fase di correzione mentre  quelli americani sembravano voler proseguire il rally.

Prima ancora avevo notato la stranezza del mercato, rispetto al suo normale comportamento, che puniva anche molte società che comunicavano risultati trimestrali migliori delle attese.

Sono  3 indizi di possibile cambiamento di umore. E… come dice Agata Christie: “Un indizio è solo un indizio. Due indizi sono una coincidenza. Tre indizi sono una prova”.

Ieri è arrivato così il cambiamento di umore. L’indice SP500 ha ripetuto il pessimo inizio di seduta che aveva mostrato lunedì scorso, con una violenta scivolata. Lunedì però nel giro di un’ora erano arrivati subito i rinforzi ed il mercato aveva prodotto un poderoso recupero, culminato con il ritorno nei pressi dei massimi storici. Ieri invece il rimbalzo, pur tentato, si è arenato sui valori di inizio seduta ed ha lasciato spazio ad una seconda forte ondata ribassista che è andata addirittura a violare i minimi del supporto costruito il 15 gennaio scorso (3.749) con l’indice sceso fino  a 3.732. Un rimbalzino dell’ultima mezz’ora è riuscito a riportarlo sul supporto ed ha decretato la chiusura a 3.750, con la maggior perdita giornaliera (-2,57%) dalla fine di ottobre 2020.

L’euforia durata quasi 3 mesi è stata così cancellata ieri. Quella correzione degli eccessi che attendevamo già qualche settimana fa sembra essersi manifesta con la lunga candela nera di ieri. Anche l’invincibile Nasdaq100 è stato travolto (-2,8%) nonostante le attese di trimestrali entusiasmanti per 3 delle sue regine (Apple, Facebook e Tesla). A mercati chiusi le trimestrali sono poi arrivate. Molto buone quelle di Apple e Facebook, ma Tesla ha presentato conti peggiori delle attese e forse oggi verrà scaricata da qualcuno degli adoratori di Elon Musk.

Per chi vuole una misurazione della paura che ieri è tornata ad aleggiare sui mercati, ecco il Vix. Martedì sera aveva chiuso a quota 23,02, leggermente al di sopra di quota 20, che venne raggiunta in novembre, durante il forte impulso rialzista elettorale, e riavvicinata più volte durante la seconda fase del rally, nei mesi di dicembre e gennaio. Ieri sera, alla chiusura dei mercati USA valeva 37,21. Una variazione da +61,6% in una sola seduta!! 

E’ iniziato il crollo?

Neanche per sogno. L’azionario farà ancora molta strada. Ma non si può salire al cielo senza mai fermarsi un attimo a digerire.

Questa è la correzione che aspettavamo. Non credo che durerà molto, né che farà scendere tanto i mercati. Intanto l’obiettivo minimo è stato raggiunto in un solo giorno. Ora verifichiamo le possibili estensioni. La prima è dalle parti di 3.700, dove passa la media mobile a 50 sedute, che dovrebbe favorire un tentativo di rimbalzo. La seconda è a 3.630, dove ci sono importanti supporti ed il livello di ritracciamento del 38,2% di Fibonacci dell’intero rally novembre-gennaio.

Comunque darà una lezione di realismo a chi per mesi si culla nel facile ottimismo e servirà a ripulire per un po’ il mercato dalle pazzie. 

Ieri ne abbiamo vista un’altra clamorosa, ma non ho più lo spazio per raccontarla. Rinviamo il racconto a domani.

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online