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Ma la guerra commerciale non doveva finire presto?

Pierluigi Gerbino
 

Ci hanno rintronato per mesi con annunci di accordi imminenti tra Cina e USA per sancire la tregua commerciale. I mercati azionari hanno continuato a salire di 8-10 punti percentuali in ottobre e novembre, fidandosi delle promesse di Trump. Peraltro a dispetto di dati macroeconomici che riflettono un marcato rallentamento globale, proprio per le conseguenze dei dazi sul commercio mondiale, e di utili societari che in USA scendono da 3 trimestri consecutivi.

Ora scopriamo che dell’accordo imminente non si vede più nemmeno l’ombra. Anzi, i cinesi stanno preparando la lista delle imprese americane da mettere al bando come ritorsione alla legge USA in difesa degli oppositori di Hong Kong. Mentre Trump, da sbruffone, come al solito, ha dichiarato che i cinesi vorrebbero chiudere presto, ma la decisione dipende da lui e sta pensando seriamente a rinviare ogni accordo a dopo le elezioni. Non contento di litigare da sempre con i cinesi, e da lunedì anche con Argentina e Brasile, ieri, al vertice NATO, ha attaccato pure gli europei, in particolare la Francia, ma anche il nostro paese, per le tasse che tentano di far pagare ai colossi americani del web. Ha minacciato una ritorsione sul 100% dei beni importati dalla Francia e la sua amministrazione ha già aperto un’istruttoria.

Così, dal paradiso della pace commerciale, rischiamo di cadere nell’inferno di un inasprimento della situazione  con l’arrivo di nuovi dazi e l’estensione anche all’Europa del fronte bellico commerciale, mentre ricordo che mancano 11 giorni all’entrata in vigore della bordata di dazi su 200 miliardi di beni cinesi del settore giochi ed high tech, molto comprati negli USA.

Possono i mercati continuare ad ignorare i rischi per la crescita economica globale portati da questo drastico cambiamento di scenario?

Ovviamente no, neppure facendo leva su tutto l’ottimismo della volontà che certo non manca all’avidità dei mercati azionari.

Allora ieri è continuata la discesa degli indici americani, iniziata lunedì. SP500 ha sfondato fin dall’apertura il supporto di 3.091 ed è andato a testare il successivo di 3.075. Poi il forte gap ha attirato qualche compratore e nella parte finale il recupero ha consentito, per il rotto della cuffia, di chiudere la seduta leggermente al di sopra di 3.090, limitando il calo a -0,66%.

Le borse europee, dopo il forte calo del giorno precedente, ieri hanno tenuto abbastanza bene. E’ vero che Eurostoxx50 è sceso ancora (-0,43% a 3.610), ma sia il Dax tedesco che il nostro Ftse-Mib sono riusciti a recuperare la parità a fine seduta. La candela che si vede su Eurostoxx50 non è comunque delle migliori, anche perché  ha abortito del tutto il tentativo di rimbalzo messo in atto nella mattinata.

Oggi le borse asiatiche, che ieri avevano tenuto bene, sembrano adeguarsi al clima cupo suscitato dalle prodezze di Trump e flettono, in particolare Hong Kong, che perde un punto e mezzo circa.

Il sentiment ha rapidamente svoltato verso la cautela, mentre la percezione del rischio, sta rapidamente crescendo. Il Vix, che la misura, ieri ha chiuso a 16 punti, dopo aver toccato anche quota 18. Le sedute passate da quando valeva meno di 12 sono solo 3, ma sembrano già un’eternità.

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online