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Halima Aden, la prima top col velo, ha lasciato il fashion biz. La moda ha un problema di inclusione?

Di Federica Fiori
·6 minuto per la lettura
Photo credit: Gregory Scaffidi
Photo credit: Gregory Scaffidi

From ELLE

La tempesta perfetta che il 24 novembre 2020 – con un post liberatorio su Instagram – ha spazzato via la moda dalla vita della top Halima Aden era iniziata, in realtà, all’incirca un anno prima. Settembre 2019: Halima, musulmana praticante, rifugiata somala nata e allevata dalla madre nel campo profughi di Kakuma – una tendopoli di confine, in Kenya, popolata da oltre 80.000 abitanti – sbarcata negli Usa a sette anni e diventata la prima modella in copertina su Vogue con l’hijab, oltre che la prima in burkini su Sports Illustrated, appariva estrosamente agghindata sulla cover di un altro magazine, stavolta di nicchia: King Kong.

Photo credit: IMAXTREE.COM
Photo credit: IMAXTREE.COM

Si è capito solo ora, dopo la recente intervista rilasciata alla BBC – l'unica concessa per spiegare le ragioni del suo allontanamento dal fashion biz – il tormento che deve aver suscitato in lei quello shooting, garantito sulla carta dal tenore artistico-concettuale della testata e dalla firma del fotografo chiamato a immortalarla, il grande Albert Watson. Devota al suo credo al punto di aver incluso, fin dal primo contratto con IMG, la clausola di mantenere sempre il capo coperto e di potersi cambiare nella privacy di un camerino, Halima ha descritto così l'immagine che la ritraeva: «Lo stile e il trucco erano orrendi. Sembravo la versione feticista che un uomo bianco avrebbe potuto avere di me». Un commento a dir poco tranchant, specie se riferito a un contesto, quello della moda, dove sono spesso le sfumature a lasciar spazio alla libera espressione. Decontestualizzata, anche la sua affermazione successiva rischia di incanalarsi nella narrativa stereotipata di un Islam ottuso e ortodosso: «Perché una rivista dovrebbe pensare che sia accettabile avere una donna musulmana con indosso l'hijab quando c'è un uomo nudo sulla pagina successiva»?

Photo credit: Daniele Venturelli
Photo credit: Daniele Venturelli

Quello che Halima ha omesso di dire, forse per pudore, è che "l'uomo nudo" menzionato non è il David di Michelangelo, ma piuttosto una sineddoche, intesa a rappresentare una doppia pagina con scene collettive di sodomia etero e omosessuale, più successiva doppia dedicata a scatti vari di eiaculazione. Il tutto ambientato su asciugamani disposti a terra in file e ordini paralleli, pericolosamente somiglianti all'allineamento dei tappeti su cui i musulmani si raccolgono in preghiera. Scatti ineccepibili quanto a valore artistico – tant'è che è proprio un rinomato artista, il madrileno Santiago Serra, a firmarli – ma che pongono in qualche modo il tema del soggetto e del contesto, intendendo per soggetto l'ignara Halima e per contesto un numero speciale interamente dedicato al fetish. Dunque il punto è proprio questo: puoi (far) firmare clausole, postille e contratti blindatissimi, ma contenuto e contenitore, nella moda, sono entità labili, variabili, osmotiche: quadro e cornice tendono spesso a confondersi. Così, intelligentemente, Halima ha abbandonato la partita, sapendo che a lungo andare l'avrebbe persa. Non senza aver espresso, nel pieno del vigore mediatico, alcuni concetti fondamentali: «Per molto tempo, le donne come me sono state tenute fuori dalla conversazione globale», aveva detto a inizio carriera su Harper's Bazaar, «si è parlato di noi, ma non ci è stata data l'opportunità di parlare di noi stesse». E ancora: «L'hijab è un simbolo che porto in testa, ma voglio si sappia che è una mia scelta». Infine, a decisione ormai presa, la stoccata sul senso di colpa provato dopo aver visto alcune giovani colleghe, incoraggiate dal suo percorso di modella, non essere trattate con lo stesso rispetto: «Ho provato un fastidio profondo e mi sono detta: oddio, queste ragazze volevano seguire i miei passi, e invece io le ho gettate nella bocca del leone». Difficile biasimarla.

Photo credit: Gareth Cattermole/BFC
Photo credit: Gareth Cattermole/BFC

Non esistono dati statistici sull'inclusione religiosa nel fashion biz, diventato nelle ultime stagioni sempre più attento alle diversità etniche, di età, d'identità sessuale, di taglia e di abilità fisica, ma inspiegabilmente sordo al legittimo desiderio di partecipazione delle giovani – musulmane e non – che vorrebbero sfilare senza esporre certe parti del corpo per motivi di fede. È come se, in qualche modo, la modest fashion fosse tuttora oggetto di una censura tanto sottile quanto spietata: sulle passerelle che contano sfila sotto traccia, e solo eccezionalmente è indossata da modelle col velo.

Photo credit: COURTESY
Photo credit: COURTESY

Un gap morale che urge colmare e che, in termini d'immagine, marca un vuoto inaccettabile. Perfino il risvolto economico non sarebbe indifferente: secondo un report dell'agenzia americana DinarStandard, stilato prima del covid, il mercato dell'abbigliamento "morigerato" dovrebbe raggiungere i 402 miliardi di dollari entro il 2024. Quando Halima, nel 2017, elogiò Max Mara per aver studiato un outfit apposta per lei, ricevette sul suo account Instagram migliaia di commenti positivi. Tempo dopo volle citarne uno: «Max Mara ha in mente te e ha in mente noi. Ora, le donne musulmane avranno in mente Max Mara quando faranno i loro acquisti». È grazie a role model come lei o come Amina Adan, pure lei somala ma di nazionalità danese, che la questione religiosa si è progressivamente spostata dall'asse della distanza a quello della vicinanza intellettuale con il femminismo più evoluto. In un video su YouTube, è proprio Amina a dire: «Ho una voce e ho il dovere di usarla: c'è molta ignoranza intorno alle donne che indossano l'hijab. C'è chi pensa che solo perché abbiamo il capo coperto non possiamo lavorare o seguire la moda, sono barriere che vanno infrante. Vorrei ci fossero più abiti che possiamo indossare, c'è pieno di ragazze musulmane attente al look. Se poi fossimo di più in passerella, potremmo ispirare altre giovani a trovare la loro strada, o a pensare: se ce l'ha fatta lei posso farcela anch'io, dovrò solo lavorare un po' più sodo per via della mia pelle, ma posso farcela. Posso fare tutto quello che fai tu. Sono io a definire me stessa, e non il velo che porto». Amina ha ragione.

Photo credit: Alessandro Lucioni
Photo credit: Alessandro Lucioni

Esiste uno stigma, più o meno latente, che investe un certo modo di vestire e lo esclude dal lessico abituale della moda – dalla sfera di ciò che è convenzionalmente accettabile, in tema di abbigliamento, per chi vive nell'emisfero occidentale. La modest fashion trapela ed è mediata dai look ampi e fluidi del real size, senza mai essere direttamente citata. Alla base c'è un equivoco: se chi sceglie di coprirsi lo fa per scelta e non per obbligo – come avviene nella stragrande maggioranza dei casi – qualsiasi forma di giudizio o forzatura verso altri canoni è un atto di prevaricazione. Ed è grave quanto il suo opposto perché legittima, indirettamente, ciò che è appropriato e ciò che non lo è secondo stereotipi tendenti all'emarginazione del "diverso".

Photo credit: COURTESY
Photo credit: COURTESY

Tocca quindi a un'altra giovane modella somala, Ikram Abdi Omar, chiudere idealmente il cerchio: intercettata a inizio carriera dalla BBC alla Bristol Fashion Week del 2018, aveva già le idee chiare: «Sfogliando i giornali, mi sono sempre resa conto che noi ragazze con l'hijab non eravamo abbastanza rappresentate. C'è pieno di facce diverse, là fuori, di cui bisogna smettere d'ignorare l'esistenza. Così ho pensato: sarò io quella che cambierà le cose, ce la metterò tutta per rendere l'industria della moda più inclusiva». Un lodevole proposito, certo. Ma qualcuno, forse, potrebbe cominciare a darle una mano.

Photo credit: Kirstin Sinclair
Photo credit: Kirstin Sinclair