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Healthcare, energia, tecnologia e consumi, così Carmignac scommette sulla Cina

·4 minuto per la lettura

“Per investire con successo in Cina bisogna cercare i ‘vincitori’ di domani, nel nostro fondo non abbiamo Alibaba o Tencent. Sono sicura che ci saranno sempre più aziende cinesi che saranno global players, come già avvenuto nelle tlc, da Huawei a Xiaomi: ma fra 10 anni non saranno gli stessi leader di oggi”. E’ lo specchio di un’economia che corre e cambia rapidamente, quello che traccia all’Adnkronos Haiyan Li-Labbé che segue per Carmignac una serie di fondi focalizzati sul mercato cinese. Da lei arriva l’invito a ‘pensare differente’ con uno sguardo al futuro più che al presente: “I motori della crescita futura saranno molto diversi da quelli attuali. Nel giro dei prossimi 3-5 anni – spiega – penso che la crescita dei colossi del tech e dei grandi gruppi legati a Internet rallenterà, anzi lo sta già facendo: il periodo d’oro è alle spalle, ci sarà un periodo di crescita decente ma non più rapida come prima”. Nel paese, ricorda, “la penetrazione di internet tocca già oltre un miliardo di persone e i servizi di e-commerce toccano già più del 30%” degli abitanti. Difficile quindi aspettarsi tassi ‘ruggenti’ come nel recente passato.

Ma le buone occasioni non mancano: “Se dovessi fare una scommessa su un settore – aggiunge l’analista – punterei sull’healthcare, e non solo perché la popolazione della Cina sta invecchiando: finora le imprese nazionali erano soprattutto fornitori” a grandi gruppi stranieri, “ma credo che vedremo emergere qualche grande player cinese in questo settore” capace di espansione all’estero.

Oltre al boom della cura della persona, Haiyan Li-Labbé punta anche l’attenzione sulle possibilità aperte dall’innovazione industriale che – spiega – “è un trend molto importante perché la Cina vuole aumentare la propria indipendenza tecnologica”, quindi con un’accelerazione sul fronte dell’Intelligenza Artificiale e della mobilità elettrica.

Questo punto, aggiunge, si collega a un’altra grande area di trasformazione (e di possibilità) e cioè la transizione energetica. Anche qui, per la Li-Labbé la parola chiave è indipendenza: “Oggi in Cina il carbone rappresenta il 60% mix consumo energetico e il paese importa 2 terzi del petrolio che consuma, e che viene pagato in dollari. Ma Pechino vuole una indipendenza valutaria ed energetica, e per raggiungerla deve aumentare l’utilizzo delle energie rinnovabili”. Un processo favorito dal fatto che il paese “ha illimitate risorse in termini di suolo e di acqua, e sono già partiti grandi progetti, che prevedono reti ad alto voltaggio, creazione di grandi data center nelle regioni dell’Ovest alimentate con fonti rinnovabili, e poi lo sviluppo dell’industria del fotovoltaico”. Oggi, ricorda, “la Cina copre una quota del 90% nella produzione di pannelli solari e realizza ottimi sistemi eolici, settori che possono comunque crescere”.

La ricerca dell’indipendenza dal greggio stimolerà anche il settore automobilistico dove nel 2020, ricorda l’analista, “solo il 4-5% delle auto vendute in Cina erano a batteria, mentre già oggi il rapporto è salito al 10%: per il 2025 governo punta a una quota di elettriche al 20% ma penso ci si arriverà prima e nel 2025 in realtà potremmo raggiungere il 45%”. Un boom che inevitabilmente innalzerà l’attrattività (e anche la capacità di export ) delle case cinesi più attive nel settore. Dopo Healthcare, tecnologia ed energia, l’ultima area di crescita promettente, aggiunge, è quella dei “modelli di nuovi consumi”. Se in Occidente l’attenzione è solo sui ‘soliti nomi’ la Li-Labbé invita a guardare a nuove aziende che stanno crescendo vertiginosamente: “Due nomi per tutti, Shein, che è la seconda più app scricata dopo Tik Tok, una piattaforma internazionale per la vendita di abbigliamento online B2C che vende fuori della Cina con un ricambio di produzione due volte più rapido di Zara, e Minso, una catena di prodotti che si ispirano al lifestyle giapponese e che ha aperto i primi negozi anche in Italia : non hanno industrie proprie ma si appoggiano a centinaia di designer che ogni settimana sfornano più di 100 nuovi prodotti ‘giovani’ di buona qualità a prezzi molto più bassi” di quelli abituali.

L’analista invita a considerare che le imprese cinesi “si stanno globalizzando: guardate agli Europei di calcio, nel 2000 nessuno sponsor era cinese, oggi ce ne sono ben 4”. Stesso discorso se si considerano le principali aziende nazionali: “Nella top ten delle compagnie cinese nel 2010 c’erano le grandi aziende statali, come Petrochina o l’Industrial and Commercial Bank of China, oggi sono scese alla metà, e credo che fra 10 anni in questa classifica ci saranno solo imprese private. Per questo, negli investimenti, ci focalizziamo su una transizione di lungo termine sui futuri market leader”. “Certo – ammette – in alcuni settori c’è una fortissima volatilità, ma bisogna pensare ‘macro’ e leggere, studiare, capire cosa vuole il governo, dove vuole guidare l’economia”. Perché sarà anche un’economia dinamica e innovativa, ma in Cina – come dimostrano le disavventure recenti di alcune grandi società – bisogna stare sempre attenti a capire dove va e cosa vuole la politica.

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