Italia markets closed

Helicopter money. Arrivano fiumi di denaro a debito

Pierluigi Gerbino
 

Continua il su e giù di Wall Street, che comunque ha una intonazione decisamente ribassista, poiché i momenti giù finora sono molto più incisivi dei momenti su.

E’ l’altalena impazzita della volatilità, che rincorre, con parossistica frenesia, ogni notizia che arriva sui monitor delle agenzie, generando oscillazioni anche intraday che provocano il mal di mare. Gli altri indici inseguono affannosamente quelli americani, spesso con grossi gap dovuti al fuso orario, ognuno interpretando l’input che viene dall’America col filtro della situazione virale che si trova a combattere ciascun paese. I dati che ogni giorno misurano lo sviluppo del contagio nel mondo certificano che lo sviluppo del virus non è affatto omogeneo. Le curve di progressione dei contagi tendono a svilupparsi tutte secondo un modello esponenziale che si appiattisce e poi regredisce solo un paio di settimane dopo che le misure di contrasto arrivano all’isolamento totale dei focolai. La rapidità nel prendere la decisione di creare ampie zone rosse e la capacità di far rispettare le regole stringenti di “distanziamento sociale” fanno la differenza tra i singoli stati nella guerra al virus. Se guardiamo le curve del virus risulta evidente che la Cina, che per prima ha affrontato il contagio, è ormai in dirittura d’arrivo, avendo messo sotto controllo i contagi da alcuni giorni e potrebbe procedere ad allentare le misure di isolamento. Molto bravi sono stati altri paesi asiatici, confinanti o molto vicini alla Cina, che hanno agito con prontezza e determinazione e sono addirittura riusciti a impedire l’irripidimento iniziale delle curve. Per lo più si tratta di piccoli stati (Taiwan, Singapore, Hong Kong), ma anche il Giappone e la Corea del Sud, che piccoli non sono, ma che possono affermare di aver già appiattito la curva dei contagi e contenuto parecchio il numero dei decessi. Possiamo dire che la rapidità dei governi, l’organizzazione sanitaria e la disciplina del popolo sono state le armi vincenti.

Armi che, purtroppo, il mondo occidentale, tronfio, presuntuoso ed individualista, non ha messo in campo con rapidità, a causa dell’inettitudine dei governanti, delle precarie condizioni dei servizi sanitari pubblici (male organizzati in USA e nei paesi dell’Europa orientale, indeboliti in Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna ed Italia da anni di tagli alle spese mediche), e dalla incerta coscienza civica di miriadi di “furbetti”, difficili da fermare.

Il risultato è che ora l’Europa è diventata l’epicentro della pandemia dopo aver perso settimane di tempo prezioso prima di convincersi ad attuare le misure adottate per primo dal nostro paese, non per virtù ma per necessità, dato che il primo grosso focolaio europeo si è acceso in Lombardia. Ora in Europa, dopo che studi epidemiologici hanno ribadito che in assenza di “lockdown” generalizzato il numero dei morti si sarebbe contato a milioni, tutti sanno che cosa debbono fare, ciò imitare l’Italia, ma lo fanno ancora troppo lentamente. In una guerra in cui il tempo è prezioso, tardare significa che raggiungeranno il picco dei contagi e delle morti quotidiane più tardi e con numeri molto maggiori rispetto a quelli che avrà avuto il nostro paese quando raggiungerà, speriamo tra pochi giorni, l’agognato punto di svolta.

Lo sfasamento dei principali paesi occidentali rispetto alla progressione della curva cinese dei contagi può essere stimato in 40 giorni di ritardo per l’Italia, 46 per la Spagna, 48 per Francia e Germania, 56 per la Gran Bretagna e USA. Ora, siccome il picco in Cina è stato raggiunto il 17 febbraio, possiamo stimare che il nostro paese sia ormai non lontano, mentre il resto dell’occidente ci impiegherà parecchi giorni in più. Questa situazione comporta il mantenimento delle misure di contenimento molto più a lungo di quanto sarebbe richiesto se la risposta dell’occidente fosse stata coordinata, immediata e sincronizzata. Infatti la Cina sta solo ora allentando le maglie dei divieti e riprendendo in modo molto graduale l’attività produttiva nella provincia di Hubei, dove è nato il coronavirus. I timori sono quelli che il virus torni in aereo dall’occidente e si sviluppino focolai secondari in grado di far ripartire l’epidemia magari in altre provincie.

E’ lo stesso tipo di timori che avremo noi quando riusciremo a fermare il virus, e, dopo aver passato diverse settimane di isolamento per non esportare il virus, ne dovremo passare altre per non importarlo dagli altri stati occidentali. 

Siamo nel pieno di un paradosso della storia (o di un castigo di Dio, per chi è credente): dopo aver chiuso fuori dall’occidente migliaia di migranti disperati, che non ci chiedevano altro che un rifugio contro la guerra e la fame, disposti a lavorare per noi, ora le chiudiamo in ritardo al subdolo ed invisibile nemico microscopico che è già fra noi e, questo sì, ci vuole morti.

Intanto, ora che i governanti hanno scoperto il virus, ed ora che le misure sanitarie ci regaleranno mesi di isolamento, che è ancora difficile stimare, è partito il primo esperimento globale di “Helicopter Money” mai tentato nella storia dell’economia mondiale.

Mentre i governi si attardavano a decidere fino a quale numero consentire gli assembramenti di persone, le Banche Centrali hanno sparato le loro ultime cartucce. Parecchie la FED. Oltre a quelle raccontate ieri, la FED ha aggiunto liquidità per altri 250 mld $, da usare per acquisti di “commercial paper”, cioè crediti a breve emessi dalle imprese. E’ una misura già attuata durante la crisi del 2008, che rende l’attuale situazione molto simile a quella vissuta 12 anni fa. La BCE ci ha già fatto sapere la scorsa settimana che ha poche armi a disposizione e che quelle poche saranno usate soprattutto per comprare corporate bond europei ad alto rating, cioè obbligazioni emesse soprattutto dalle grandi multinazionali francesi. Il fatto che Lagarde sia francese è puramente casuale. O no?

Ieri perciò la palla è passata ai governi, dopo che Ursula ha sospeso il patto di stabilità europeo e persino il totem del 3% da non superare nel rapporto deficit/PIL, mentre il G7 in videoconferenza è terminato con la dichiarazione finale che verrà fatto “Whatever is necessary” (non vi ricorda nulla questa frase? Draghi, dove sei?) per aiutare l’economia globale. 

E alloraaaaaaa!!! (copyright Mara Maionchi). Ecco partire annunci a gogò di bonus per la popolazione prostrata dal confino in casa e per le imprese che rischiano di fallire. I 25 miliardi stanziati dal Governo Conte nel decreto “Cura Italia” sono sembrati bruscolini di fronte al piano da 200 miliardi della Spagna, uno da 45 miliardi e nazionalizzazioni facili della Francia. La Germania, che credeva di aver stupito con il suo piano da 550 miliardi dei giorni scorsi, ha subito detto che forse sarà ampliato. La Gran Bretagna, indietro con le misure di contenimento, si è mostrata molto avanti negli stimoli economici: circa 350 mld di sterline tra prestiti alle imprese e bonus ai cittadini.

Ma ancora una volta è stato Trump a esagerare, annunciando la preparazione di un bazooka fiscale da 1.000 miliardi di dollari ed è tornato ottimista, promettendo che tutto si risolverà prima del previsto, ovviamente in tempo per ricevere alle elezioni presidenziali la gratitudine degli americani.

Tutto questo ben di Dio è bastato a suscitare nuovamente un po’ di entusiasmo, che ha consentito agli indici europei di portare a casa un rimbalzino di due punticini percentuali ed a SP500 di segnare un rimbalzo del +6%, che in tempi normali sarebbe un’enormità, ma ora è semplicemente il recupero di meno della metà di quel che aveva perso il giorno prima.

C’è comunque troppa volatilità, dovuta alla assoluta incertezza sui tempi di uscita dall’emergenza, sul conto che l’economia globale dovrà pagare e sull’effetto che l’Helicopter money potrà avere. Anche perché l’effetto certo della combinazione tra aumento dei debiti pubblici e diminuzione del PIL porterà per tutti all’esplosione del rapporto Debito/PIL. Non è un caso che i rendimenti sul titolo sovrano decennale ieri siano saliti non solo in Italia, ma anche in Germania (tranquilli restano negativi) e in USA. Insomma, se tiri da una parte scopri dall’altra.

Il Vix, che si è portato lunedì e ieri sui livelli record assoluti del 2008, è troppo elevato per consentire un po’ di recupero graduale. Fino a quando la volatilità non scenderà il rischio di continuazione del ribasso fermerà i compratori.

A conferma che il recupero non sarà agevole, oggi sembra che i mercati vogliano tornare a testare i minimi di lunedì. 

Se li rompono aspettiamoci almeno un’altra manciata di punti di ribasso.

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online