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"Ho cominciato ad amare Maradona quando avevo 17 anni, giocavo nel Napoli e gli davo del lei"

Fabio Luppino
·Ufficio centrale HuffPost
·1 minuto per la lettura
(Photo: AFP via Getty Images)
(Photo: AFP via Getty Images)

Maradona aveva un tapis roulant in cantina, “ci correva sopra. E lo faceva anche quando non veniva ad allenarsi con noi, quando era rimasto a dormire un po’ troppo, quando tutti lo davano per perso: e invece Diego galoppava da solo, là sotto”. E’ il racconto dell’amico Ciro Ferrara, intervistato da Repubblica.
“La parola giusta è amore - afferma - Ho cominciato ad amare Maradona quando avevo 17 anni, giocavo nel Napoli e gli davo del lei. E ho continuato per trent’anni. L’ho stimato, l’ho conosciuto credo come pochi ma amato come tantissimi: era impossibile non farlo. Per la sua profonda, straripante umanità.
Per la vicinanza con tutti. Era un dio - dice ancora - ma nessuno è stato più umano di lui. Mai una volta l’ho visto salire sul piedistallo, essere superbo. Quando doveva dirti che avevi sbagliato aspettava che lo spogliatoio si svuotasse, ti prendeva da parte e ti spiegava. Nella mia vita, Diego è stato una presenza immensa”.
Luci e ombre “non si possono separare e non sarebbe giusto.
Lui non si è fatto mancare niente, ha vissuto ogni cosa al massimo, smodatamente. Ha lavorato sodo, è stato uno di noi, uno per tutti. Mi ha fatto vincere e mi ha fatto diventare un uomo”.
Nel calcio di oggi, per Ferrara, “sarebbe sempre il più grande, senza confronti. Sarebbe ancora il Sole al centro dell’universo. Nelle difese schierate a zona, Diego farebbe una strage di gol. La sua tecnica non era di questo mondo. Lui amava il pallone come un bambino in strada”. Alla fine, era “un generoso nato. Una persona che si dava senza risparmio, ogni giorno e a tutti”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.