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I politici ammetteranno il loro sbaglio col lockdown?

Francesco Simoncelli
 

È un modo di agire che molto spesso viene sottovalutato: i politici hanno l'innato atteggiamento a non ammettere i propri errori e tanto meno ad esprimere rimorso. Attenzione, però, perché non è qualcosa comune sono a tali figure. Per quanto riguarda l'epidemia del virus C, molti esperti a tutti i livelli che hanno spinto per il lockdown ora dicono che è stato un errore, ma un errore che in qualche modo doveva essere commesso.

La domanda che spesso pongono è: "Cos'altro potevamo fare?" Beh, una cosa la potevamo fare: in assenza di informazioni, preservare la dignità umana, la libertà e lo stato di diritto, per poi iniziare a lavorare raccogliendo informazioni. Invece si è fatto praticamente l'opposto: chiudere l'intera società a causa delle incertezze.

La libertà ed i principi di base sono lussi che ci possiamo permettere solo nelle giuste condizioni? I nostri diritti esistono solo con il permesso dello stato in modo tale da poter essere cancellati con qualsiasi pretesa?

Potreste dire che un nuovo virus sia un'eccezione. Il problema è che questo tipo di ragionamento non è corretto. Un secolo di storia negli Stati Uniti è pieno di nuovi virus ed i test non sempre sono stati disponibili. Inoltre la storia ci dimostra che una pletora di esperti aspettava da 14 anni la possibilità di poter implementare il loro nuovo paradigma per curare le malattie. In ogni altra pandemia i politici sono rimasti ai margini e il governo ha lasciato in pace l'economia. Ci siamo fidati di individui ed esperti per affrontare il problema e ha funzionato. Solo questa volta abbiamo fatto il contrario, e probabilmente passeranno anni prima che si ammetta che si è trattato di un errore catastrofico.

C'è anche un elemento psicologico da considerare, alimentato dalla pressione dei media. All'inizio un mio amico ha paragonato i pro-lockdown in preda al panico ai nuovi residenti delle città costiere durante la stagione degli uragani. I media dichiarano sempre che ogni uragano è la madre di tutte le tempeste. Gridano e gridano a tutti di correre a nascondersi, di andare da qualche altra parte, tranne che di restare lì. Poi la tempesta cambia direzione, il che fornisce un'altra scusa per un aggiornamento delle notizie, dicendo a tutta un'altra platea di persone di andare fuori di testa e correre per salvarsi la vita.

Nessuno sa con certezza come sarà la tempesta o dove colpirà. Di solito ci vogliono un paio d'anni affinché i nuovi residenti lo capiscano, scartino tutto ciò che i media urlano, siano cauti e sappiano che la valutazione del rischio è difficile. In altre parole, ci vuole un po' di tempo per diventare razionali su queste cose, ma alla fine lo fanno tutti nelle città costiere.

Che dire di quelli che passano settimane a blindare la casa, spendono migliaia di dollari in cibo e congelatori, e poi passano giorni in giro con la famiglia scappando da qualcosa che sarà solo un po' di vento e pioggia? La risposta giusta è che tutto ciò è stato un errore. Chiaramente, ma di solito non è questa la risposta che viene data.

Invece la persona in preda al panico di solito dice: "Ho fatto quello che dovevo fare date le informazioni che avevo, e quindi sì, se dovesse ricapitarmi, farei esattamente la stessa cosa". Questo è ovviamente del tutto irrazionale poiché non si è affatto verificato ciò veniva sbandierato sui media, e questo è un fatto noto. Tuttavia la fallacia dei costi sommersi spinge a fornire motivazioni ex post a comportamenti irrazionali.

Questo problema ora affligge migliaia di politici in America. Gran parte dei rituali assurdi che stiamo vedendo (distanziamento fisico, mascherine obbligatorie, stare a casa, e così via) non sono altro che protocolli imposti per dare ancora l'impressione di pericolo, quindi il lockdown era giusto nonostante il virus non abbia arrecato danni al 99% della popolazione.

Sarebbe come se un sindaco che ha ordinato irrazionalmente l'evacuazione per mezzo pollice di pioggia, ordina poi ai residenti di tornare in città ed indossare stivali di gomma e occhiali per un mese. È un modo per mascherare gli errori eclatanti del sindaco stesso. È una giustificazione ex post per costringere le persone a fare una cosa inutile, cercando in realtà di evitare la colpa ("Non sapevamo nulla della tempesta, quindi abbiamo fatto la cosa giusta").

Continueremo questa danza kabuki per qualche mese in più in modo che i politici possano salvare la faccia ed evitare di ammettere gli errori commessi.

Eppure, ogni giorno, abbiamo prove del contrario: il virus C non era la calamità che è stata dipinta dai media. Gli ultimi calcoli sulle perdite rivelano danni ben oltre quelli delle morti per/con COVID-19. Gli autori Scott W. Atlas (Hoover Institution), John R. Birge (Università di Chicago), Ralph L Keeney (Duke University e University of Southern California) e Alexander Lipton (Hebrew University) scrivono:

Il secolo scorso abbiamo assistito a tre pandemie con almeno 100.000 vittime negli Stati Uniti: "L'influenza spagnola", 1918-1919, tra i 20 ed i 50 milioni di vittime in tutto il mondo, tra cui 675.000 negli Stati Uniti; "influenza asiatica", 1957-1958, con circa 1,1 milioni di morti in tutto il mondo, 116.000 negli Stati Uniti; "influenza di Hong Kong", 1968-1972, con circa 1 milione di persone morte in tutto il mondo, di cui 100.000 negli Stati Uniti. Fino ad ora l'attuale epidemia ha prodotto circa 100.000 morti negli Stati Uniti, ma la reazione ad una chiusura economica quasi completa non ha precedenti.

La produzione economica persa nei soli Stati Uniti è stimata al 5% del PIL, o $1.100 miliardi per ogni mese di lockdown. Questa perdita di reddito comporta la perdita di vite umane, in quanto lo stress della disoccupazione e la fornitura di bisogni di base aumentano l'incidenza di suicidi, abuso di alcol o droghe, e malattie indotte dallo stress. Questi effetti sono particolarmente gravi per la popolazione a basso reddito, poiché hanno maggiori probabilità di perdere il posto di lavoro ed i tassi di mortalità sono molto più elevati per gli individui a basso reddito. 

Statisticamente ogni $10-$24 milioni persi in reddito negli Stati Uniti provoca un ulteriore decesso. Una parte di questo effetto è dovuta alla disoccupazione, che porta ad un aumento medio della mortalità di almeno il 60%. Ciò si traduce in 7.200 vite perse al mese tra i 36 milioni di nuovi disoccupati americani, di cui oltre il 40% non riprenderà il lavoro. Inoltre molti proprietari di piccole imprese sono vicini al collasso finanziario, con un relativo aumento del 50% della mortalità. Con una stima media di una vita persa aggiuntiva tra i $17 milioni di reddito perduto, ciò si tradurrebbe in 65.000 vite perse negli Stati Uniti per ogni mese a causa del lockdown.

Oltre alle vite perse a causa della perdita di reddito, ci sono anche le vite perse a causa di cure sanitarie ritardate a causa del lockdown e della paura che ha creato tra i pazienti. In base alle comunicazioni personali con i colleghi di neurochirurgia, circa la metà dei loro pazienti non s'è fatta viva per il trattamento di una malattia che, se non trattata, rischia di causare emorragia cerebrale, paralisi, o morte.

Ecco gli esempi di assistenza sanitaria mancante su cui basiamo i nostri calcoli: le diagnosi di infarti sono in calo del 40%; dei 650.000 malati di cancro sottoposti a chemioterapia negli Stati Uniti, circa la metà non ha seguito i trattamenti; dei 150.000 nuovi casi di cancro scoperti ogni mese negli Stati Uniti, la maggior parte (come in altre parti del mondo) non viene diagnosticata e non vengono effettuati da due terzi a tre quarti dei controlli di routine sul cancro a causa del lockdown e della paura tra la popolazione; quasi l'85% in meno di trapianti da donatori viventi rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Inoltre oltre la metà delle vaccinazioni infantili non viene eseguita, creando il potenziale di un enorme disastro sanitario futuro.

Le implicazioni dei ritardi sui trattamenti per situazioni diverse dal COVID-19 comportano 8.000 decessi negli Stati Uniti per ogni mese di lockdown, o circa 120.000 anni di vita rimanente. Gli infarti non trattati contribuiscono ad una perdita aggiuntiva di 100.000 anni di vita per ogni mese di lockdown; le diagnosi tardive di cancro hanno fatto perdere 250.000 anni di vita residua per ogni mese di lockdown; i trapianti altri 5.000 anni di vita ogni mese di lockdown; e se anche il 10% delle vaccinazioni non viene eseguito, il risultato sono altri 24.000 anni di vita persi ogni mese.

Queste conseguenze, causate da una mancata assistenza sanitaria, ammontano a oltre 500.000 anni di vita persi al mese, esclusi tutti gli altri trattamenti sanitari ignorati conosciute.

Se prendessimo in considerazione solo i decessi legati alla disoccupazione a causa del lockdown, ciò significherebbe come minimo 7.200 vite al mese. Supponendo che queste morti si verifichino in proporzione alle età degli attuali dati sulla mortalità negli Stati Uniti, e ugualmente tra uomini e donne, ciò equivale a più di 200.000 anni di vita persi per ogni mese di lockdown.

In confronto le vittime del COVID-19 hanno colpito fondamentalmente gli anziani, in particolare nelle case di riposo, e quelli con comorbilità. Sulla base della vita residua attesa di questi pazienti COVID-19, e dato che il 40% dei decessi si trova nelle case di riposo, la malattia è stata finora responsabile di 800.000 anni di vita persi. Considerando solo le perdite di vite umane dovute alla mancata assistenza sanitaria e alla disoccupazione post-lockdown, stimiamo che il blocco nazionale sia responsabile come minimo di 700.0 Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online