Italia markets close in 8 hours 15 minutes
  • FTSE MIB

    26.619,25
    +590,35 (+2,27%)
     
  • Dow Jones

    34.168,09
    -129,61 (-0,38%)
     
  • Nasdaq

    13.542,12
    +2,82 (+0,02%)
     
  • Nikkei 225

    26.170,30
    -841,03 (-3,11%)
     
  • Petrolio

    86,98
    -0,37 (-0,42%)
     
  • BTC-EUR

    32.286,78
    -1.411,35 (-4,19%)
     
  • CMC Crypto 200

    824,29
    -31,52 (-3,68%)
     
  • Oro

    1.810,10
    -19,60 (-1,07%)
     
  • EUR/USD

    1,1207
    -0,0038 (-0,34%)
     
  • S&P 500

    4.349,93
    -6,52 (-0,15%)
     
  • HANG SENG

    23.752,28
    -537,62 (-2,21%)
     
  • Euro Stoxx 50

    4.108,50
    -56,10 (-1,35%)
     
  • EUR/GBP

    0,8349
    +0,0002 (+0,02%)
     
  • EUR/CHF

    1,0381
    -0,0004 (-0,04%)
     
  • EUR/CAD

    1,4240
    +0,0007 (+0,05%)
     

Il 2022 è partito male

·5 minuto per la lettura

Terminare l’anno sui massimi di solito porta bene, poiché produce un “effetto inerzia” che favorisce un buon inizio dell’anno successivo.

Sembrava così anche stavolta, dato che per l’indice guida dei mercati azionari, l’americano SP500, nelle prime due sedute del 2022 (anzi, per la precisione, la prima seduta e la prima ora della seconda) l’inerzia ha spinto l’indice a segnare già il 3 gennaio il primo massimo storico di quest’anno, a quota 4.819.

Ma, il giorno seguente, la pubblicazione dei sorprendenti verbali della riunione FED del 15 dicembre scorso ha convinto i mercati che all’interno del FOMC, il comitato che decide insieme a Powell la politica monetaria della Federal Reserve, diverse colombe si erano trasformate in falchi, spaventate dalla persistenza dell’inflazione e dal suo ritmo di crescita. Al punto che in quella riunione non si discusse solo di quel che fu poi comunicato, cioè la riduzione dei tempi di azzeramento del QE da giugno a marzo 2022 e la possibilità di aumentare successivamente i tassi ufficiali sui Fed Funds.

Si ipotizzò anche, da parte di un buon numero di membri, di fare addirittura 3 ritocchi da un quarto di punto entro il 2022 e, udite udite, anche di passare, subito dopo il primo rialzo dei tassi, dal Tapering (azzeramento dell’immissione di liquidità) al Tightening (riduzione della montagna di liquidità). Quest’ultima ipotesi non apparve nel comunicato ufficiale ed era perciò del tutto inattesa dal mercato, anche perché nel ciclo di politica monetaria precedente il passaggio da tapering al Tightening avvenne circa un anno e mezzo dopo.

Questa frenesia restrittiva mostra una FED in affanno, preoccupata di rincorrere l’inflazione, dopo averla sottovalutata e considerata un fenomeno transitorio per molti mesi.

Tristemente, lo stesso atteggiamento dei principali governi occidentali di fronte alla Pandemia: rincorrere e sperare, anziché anticipare, col risultato che si alternano speranze e delusioni ad ogni successiva ondata di contagi.

Venerdì sono poi arrivati dati preoccupanti dal mercato del lavoro americano. Non solo perché la creazione di posti di lavoro a novembre non è stata all’altezza delle attese, ma anche perché il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 4% e la voglia di riprendere la ricerca di un posto di lavoro, perso per colpa della pandemia, in molti americani è scesa in modo significativo. Con la conseguenza che di fatto ci si trova in piena occupazione e le imprese ora sono costrette a cospicui aumenti salariali per trattenere il personale ed assumerne di nuovo.

Quella salariale sta diventando una significativa ed aggiuntiva spinta ad aumentare i loro prezzi di vendita, che si aggiunge al decollo dei prezzi delle materie prime ed alle strozzature nella catena degli approvvigionamenti.

La buona stagione delle vendite natalizie testimonia poi anche una accresciuta domanda di beni e servizi, dopo mesi di restrizioni al commercio, alimentata dai cospicui sussidi erogati da Trump nel 2020 e da Biden nel 2021, che hanno aumentato il reddito disponibile degli americani, anche di quelli che hanno perso il lavoro per lunghi periodi.

Spinta dai costi e dalla domanda, l’inflazione potrebbe rimanere a lungo tra noi e mantenere un ritmo sostenuto. I mercati cominciano a scontare questa percezione, ora che anche diversi membri FED sembrano essersi convertiti.

Per questi timori sono scattate sugli indici USA prese di beneficio cospicue e prolungate nella seconda parte della settimana, che hanno fatto assumere alle candele settimanali un aspetto poco eclatante. La settimana è stata chiaramente negativa per SP500 (-1,87%) piuttosto negativa per l’indice delle small cap Russell2000 (-2,83%) e quasi catastrofica per la tecnologia espressa dall’indice Nasdaq100 (-4,46%).

Un po’ meglio è andata agli indici europei, che non sembrano ancora temere cambiamenti imminenti di politica monetaria da parte della BCE, anche se la lettura preliminare dell’inflazione di dicembre in Eurozona l’ha fotografata ancora in aumento. Eurostoxx50 ed i principali indici europei hanno comunque annullato nelle ultime sedute della settimana i progressi iniziali. 

La paura di una politica monetaria più restrittiva ha penalizzato non solo l’azionario, ma anche l’obbligazionario. I rendimenti dei Treasury Bond decennali sono saliti fino a quasi 1,80%, ripetendo i massimi segnati a marzo dello scorso anno.

La settimana entrante riceve quindi il compito di chiarire se le prese di beneficio, che si sono viste in USA e che hanno portato l’indice SP500 a una manciata di punti dalla media mobile a 50 sedute, sono sufficienti a sedare le paure degli investitori. Ricordo che la media a 50 sedute è molto considerata dai compratori come buon punto di ingresso e tante volte lo scorso anno ha fatto da supporto ed arrestato i cali dell’indice. 

Se lo farà anche stavolta l’indice avrà la possibilità di ritentare l’assalto al massimo storico.

Altrimenti, il passaggio al di sotto della media a 50 sedute (oggi a quota 4.655) ha come primo obiettivo ribassista la trendline che a dicembre ha contenuto il calo dell’indice e ne ha favorito i due rimbalzi. Nei prossimi giorni passa in area 4.600.

Molto pericolosa sarebbe la rottura di questo sostegno, perché proietterebbe la correzione verso la media mobile di lungo periodo, a 200 sedute, che transiterà dalle parti di 4.400.

Come sempre, molto o tutto dipenderà dalla FED, che ora assomiglia al classico elefante nella cristalleria.

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli