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Il commento di Barack e Michelle Obama alla condanna dell'agente che ha ucciso Floyd

Di Elisabetta Moro
·3 minuto per la lettura
Photo credit: SAUL LOEB - Getty Images
Photo credit: SAUL LOEB - Getty Images

"Colpevole", "colpevole", "colpevole". Abbiamo dovuto aspettare quasi un anno prima di sentire una giuria pronunciare queste parole. Mesi in cui il mondo si è ribellato davanti al terribile video della morte di George Floyd, mesi in cui le manifestazioni sono tornate a fare la differenza, mesi in cui il problema della violenza razzista della polizia è emerso in tutta la sua gravità. Ora abbiamo un primo verdetto: la giuria si è pronunciata all'unanimità e ha stabilito che l'agente Derek Chauvin è colpevole dell'omicidio involontario di secondo grado di George Floyd, è colpevole di omicidio di terzo grado e di omicidio colposo. "Oggi, una giuria a Minneapolis ha fatto la cosa giusta", hanno scritto Barack e Michelle Obama in una dichiarazione congiunta, commentando il verdetto e intanto da Minneapolis si leva un grido di sollievo: non era una sentenza scontata. In certi casi non lo è mai.

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"Per quasi un anno", proseguono gli Obama nel post su Twitter, "la morte di George Floyd sotto il ginocchio di un agente di polizia ha echeggiato in tutto il mondo - ispirando murales e marce, innescando conversazioni nei salotti e nuove leggi. Ma la domanda fondamentale era sempre rimasta: sarebbe stata fatta giustizia?". Non era affatto ovvio che la risposta fosse "sì" perché la storia processuale degli Stati Uniti ci racconta qualcosa di molto diverso e casi come quello do Breonna Taylor lo confermano. Come fa notare il Washington Post, dal 2005 a fronte di 110 agenti accusati di omicidio colposo, solo 5 sono stati condannati per omicidio mentre 37 hanno ottenuto condanne per reati minori. Chauvin invece è stato ritenuto colpevole di tutti e tre i capi di imputazione e ora resterà in carcere fino alla prossima udienza, prevista tra otto settimane. A quel punto, come previsto dalla procedura penale Usa, il giudice deciderà la sua pena che potrebbe raggiungere i 40 anni di carcere. "In questo caso, almeno, abbiamo la nostra risposta", scrivono gli Obama, "Ma se siamo onesti con noi stessi, sappiamo che la vera giustizia è molto più di un singolo verdetto in un singolo processo".

Photo credit: Megan Varner - Getty Images
Photo credit: Megan Varner - Getty Images

È difficile infatti parlare di "giustizia" quando il caso Floyd ha fatto luce su un problema sistemico e drammaticamente ricorrente. È solo del mese scorso la notizia della morte di Adam Toledo, un ragazzino ispanico di 13 anni che è stato ucciso a Chicago da un agente di polizia che gli ha sparato mentre aveva le mani alzate. Proprio ieri invece a Columbus, la capitale dell’Ohio Ma’Khia Bryant, una ragazza nera di 16 anni è stata uccisa da un poliziotto mentre litigava con altre due ragazze e aveva in mano un coltello. "La vera giustizia richiede che si faccia i conti con il fatto che i neri americani sono trattati in modo diverso, ogni giorno", scrivono gli Obama, "Sebbene il verdetto di oggi possa essere stato un passo necessario sulla strada per il progresso, non è affatto sufficiente. Non possiamo riposare. Dobbiamo portare avanti delle riforme concrete che riducano e alla fine mettano fine ai pregiudizi razziali nel nostro sistema di giustizia penale. Dobbiamo raddoppiare gli sforzi per espandere le opportunità economiche per quelle comunità che sono state troppo a lungo emarginate". Un passo è stato fatto in termini di responsabilità per le proprie azioni. La giustizia - quella vera - è un'altra cosa.