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Il Dilemma di Buenos Aires

Francesco Simoncelli
·8 minuti per la lettura

Non poche sopracciglia si sono alzate quando ho pubblicato il mio ultimo pezzo qui sul blog, dove andavo a delineare come la valuta fiat è destinata a raggiungere il suo valore "intrinseco": zero. Mezzo secolo fa gli attori di mercato si sono lasciati alle spalle la copertura dell'oro e a quel tempo, a molte persone, incluso Milton Friedman, sembrava un miglioramento. Poi è diventato un caos: le imprese, le famiglie e il governo si sono resi conto che prendere in prestito denaro era più facile che guadagnarlo (o tassarlo). Ora il sistema del denaro fasullo è un racket, quindi perché preoccuparsi di prendere in prestito quando si può stampare dal nulla? La mia previsione: non passerà molto tempo prima che il dollaro USA stesso vada a gambe all'aria (anche se non sono così sciocco da dire esattamente quando).

Far finta che le leggi economiche non siano apodittiche, non fa sì che esse scompaiano. Nel caso del dollaro, far finta che il Dilemma di Triffin non esista non lo fa scomparire e nemmeno le sue conseguenze. Ciò vale anche per la Legge di Say, soprattutto per quanto riguarda una produzione industriale distorta dal denaro facile, cosa che a sua volta genera un mismatch tra domanda e offerta sui mercati. Questa disconnessione genera investimenti improduttivi, cosa che a sua volta porta ad uno spreco di risorse economiche scarse; e questo vale soprattutto per la forza lavoro, la quale non solo viene risucchiata in imprese che vengono tenute in piedi artificialmente, ma viene in gran parte lasciata a spasso e incapace di crearsi un futuro. Inutile dire che il welfare state diventa l'unica soluzione per loro per sopravvivere e questo significa deficit di bilancio crescenti per sostenere ciò che nel lungo termine è insostenibile. I finanziamenti reali sono assenti, quindi la stampa di denaro diventa l'unica risorsa da cui attingere, non solo per coprire i buchi di bilancio e cercare di tamponare un problema di offerta stimolando la domanda, ma anche per attuare la classica operazione beggar thy nighbour attraverso la svalutazione della cosiddetta moneta di riserva mondiale.

In sostanza, si cedono foglietti di carta colorata in cambio di importazioni di beni reali. Un processo silenzioso ed inesorabile, ma le cui conseguenze si fanno sentire man mano che passa il tempo. I vantaggi sono tutti dalla parte di chi emette denaro fiat, mentre gli svantaggi dalla parte di chi cede i beni. Inutile dire che il freno a questo processo di furto è proprio il Dilemma di Triffin, i cui effetti si vedono in tre aree: tassi di cambio, flussi di capitale, politica monetaria. È economicamente impossibile "controllarle" tutte e tre, soprattutto in un momento in cui il bacino dei risparmi reali è in forte stress.

A detta del sottoscritto, tutto parte dal mercato obbligazionario e dai tassi che lo governano. Il processo è già in corso. Secondo gli ultimi dati TIC del Tesoro USA, su una proprietà estera totale di $7.000 miliardi di debito statunitense, la Cina possiede $1.073 miliardi dei quali secondo il Global Times ne verranno sicuramente venduti $300 miliardi. Senza scordarci che ci sono $227 miliardi di debito delle agenzie e $189 miliardi in azioni, che se sommati ai restanti $800 miliardi ci dicono che c'è la bellezza di $1.200 miliardi di titoli che finiranno sul mercato se la Cina, in caso estremo, decide di vendere tutte le sue posizioni. Quando un detentore importante inizia a liquidare, altri sicuramente lo seguiranno.

Fino a poco tempo fa il finanziamento del governo degli Stati Uniti non rappresentava un problema, perché il deficit commerciale non si traduceva in deficit della bilancia dei pagamenti. Gli esportatori stranieri ed i loro governi conservavano e persino aumentavano il loro stash di dollari, ed è così che sono finiti all'estero circa $30.000 miliardi di titoli statunitensi. Se gli importatori stranieri vendono i loro dollari, ci possono essere due risultati: o la quantità di dollari in circolazione si contrae, oppure vengono acquistati da acquirenti nazionali. I tentativi della FED di mantenere il tasso di cambio e di accelerare lo stimolo monetario sono destinati a fallire. Il problema è una crescente quantità di denaro che insegue una quantità in diminuzione di beni prodotti dagli americani, mentre le importazioni sono bloccate o sottoposte a dazi. E la produzione interna è ostacolata anche dal lockdown e dal desiderio dei banchieri di ridurre il rischio di prestito nei confronti del settore non finanziario.

Qualsiasi cosa il governo degli Stati Uniti faccia nel tentativo di ridurre il deficit commerciale senza ridurre il deficit di bilancio è destinato a portare a un'ulteriore inflazione dei prezzi, o in altre parole, ad una riduzione del potere d'acquisto del dollaro. È sempre più difficile che il dollaro possa evitare il suo destino, decenni di vantaggi dalla Parte 1 del Dilemma di Triffin stanno volgendo al termine. La parte 2 è l'inevitabile crisi che nasce proprio dai vantaggi della parte 1.

Ma da dove ha origine questo processo? Qual è il punto iniziale di questa spirale viziosa che pare un cane che si morde la corda?

L'ORIGINE DEL CAOS PIANIFICATO

Dovrebbe essere ovvio che i cambiamenti nella quantità di denaro, soprattutto sotto forma di credito bancario, hanno un effetto sull'economia più ampia. Altrimenti perché le banche centrali si darebbero pena ad attuare una politica monetaria? Aumentando la quantità di moneta in circolazione e incoraggiando le banche a prestare, una banca centrale mira a microgestire con una certa accuratezza l'ambiente economico, ma c'è anche un effetto ciclico di boom/bust legato ai cambiamenti nella disponibilità del credito bancario, solo che la crociata del sistema bancario centrale s'è incentrata sulla volontà di voler eliminare la fase di correzione e favorire a tutti i costi quella di espansione. Questa determinazione viene espressa mediante la manipolazione dei tassi d'interesse, cosa che dovrebbe consentire a sua volta di gestire il livello generale dei prezzi e quindi, influenzare il livello della domanda dei consumatori. peccato che questa costruzione teorica cada a pezzi non solo di fronte ad un vaglio logico ma anche empirico, come dimostrato su queste pagine diverse volte.

Un imprenditore che alloca capitali per fabbricare un determinato prodotto, deve calcolare un punto di riferimento importante: il prezzo al quale può aspettarsi di venderlo. Se sale, può permettersi di pagare un tasso d'interesse più alto, e viceversa. Questa tendenza diviene particolarmente marcata se il profitto atteso per il suo prodotto è un fenomeno che viene sperimentato anche da altri imprenditori, ovvero, il livello generale dei prezzi sale. Inoltre l'aumento della domanda di capitale monetario va ad alterare il rapporto tra risparmio e consumo, fino a che entrambi questi parametri non trovano un nuovo equilibrio. Di conseguenza la manipolazione centrale dei tassi d'interesse per manipolare successivamente il tasso di risparmio è destinate a creare solo caos, perché sostituisce piuttosto che integrare il legame vitale tra la domanda di capitale (imprenditori) e la sua offerta (risparmiatori).

La soppressione dei tassi d'interesse finisce per incoraggiare le imprese ad investire più capitali nella produzione, ma la motivazione non è più alimentata dalle aspettative della domanda futura ma dall'opportunità di accedere a prestiti artificialmente a basso costo. La propensione al risparmio è materialmente ridotta, interrompendo rovinosamente il meccanismo di mercato.

In sostanza è questo il motivo per cui la politica del sistema bancario centrale riguardo ai tassi d'interesse è fallimentare: i tassi d'interesse non sono solo il prezzo del denaro, ma riflettono la differenza tra il possesso di un bene nel presente ed il suo possesso in futuro. Il denaro non è una merce in qualche modo avulsa dalle leggi economiche, in particolar modo domanda/offerta, ma in quanto tale l'interesse rappresenta la cinghia di trasmissione tra le preferenze temporali individuali nella società. Attraverso di esso la struttura di produzione viene collegata nella rete delle varie fasi di realizzazione dei prodotti, creando un dedalo intricato e complesso di meccanismi gestiti solo da un "numero". Apparentemente semplice da controllare, nella pratica impossibile anche solo da influenzare.  Questo solo fatto colpisce il cuore dell'economia keynesiana e demolisce la sua tesi di come dovrebbero essere gestiti il ​​ciclo di boom/bust. Nel Capitolo 22 della Teoria Generale Keynes dice che le fluttuazioni nella propensione al consumo hanno un ruolo cruciale nel ciclo economico. In altre parole, i cambiamenti nel rapporto tra consumo e risparmio dettati dagli “spiriti animali” e dal “paradosso della parsimonia”.

Niente di tutto questo spiega la natura ciclica del ciclo economico. Keynes riteneva che come economista conoscesse meglio il mondo imprenditoriale, fatto in realtà di istinti piuttosto che di calcoli matematici, una visione che persiste con i neo-keynesiani che pianificano la politica monetaria e ora mutata nel controllo totale dei mercati. Senza una spiegazione adeguata, Keynes presumeva quindi che "l'incertezza del futuro" accompagnano un crollo dell'efficienza marginale del capitale, seguito da un aumento della preferenza per la liquidità e quindi un aumento dei tassi d'interesse. Gran parte del problema con l'economia di Keynes sono le sue definizioni ingarbugliate e mutevoli, molte delle quali sono ora entrate nel lessico economico. Ma questo esame superficiale del Capitolo 22 sul ciclo economico rivela i principali errori che guidano i banchieri centrali oggi; da nessuna parte, infatti, viene menzionato il ruolo dell'espansione del credito ba Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online