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Il futuro dell'arte attraverso lo sguardo della generazione Z

Di Emanuela Griglié
·4 minuto per la lettura
Photo credit: MATTEO DE FINA
Photo credit: MATTEO DE FINA

From Harper's BAZAAR

Riaprire i luoghi di cultura, perché “un mondo senza arte è un mondo solitario e triste”. E intanto tenere vivo il dialogo artistico con progetti in grado di sfidare i tempi e le limitazione che ci troviamo a vivere come quello, della Collezione Peggy Guggenheim con la partecipazione di Swatch Art Peace Hotel, ideato per aiutare due realtà che in questo periodo pandemico non se la passano affatto bene: l’arte appunto, grande dimenticata dei vari Dpcm, e i giovani, pure loro privati di tutta la loro socialità, tra Dad e altri divieti.

SuperaMenti, questo il titolo del ciclo di incontri e workshop, si pone proprio l'obiettivo di provare a imbastire una nuova normalità, di indagare questo presente bizzarro, attraverso l’arte. “Idea che di base prende in considerazione la storia e la missione del museo stesso”, ci spiega la direttrice dalla Collezione Peggy Guggenheim Karole P. B. Vail, “museo nato dalla straordinaria collezione creata da Peggy Guggenheim. La visionaria e coraggiosa mecenate americana nel 1942, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, inaugura a New York la galleria-museo Art of This Century, immaginandola come un centro in cui gli artisti siano benvenuti e possano collaborare alla creazione di un laboratorio di ricerca per nuove idee. Aspetto fondamentale di SuperaMenti è che vuole essere una fonte d'ispirazione per i giovani, grazie al dialogo diretto che si instaura tra i partecipanti, gli artisti e la loro pratica artistica”. I destinatari sono i cosiddetti young adult o generazione Z, ovvero i ragazzi tra i 16 e i 25 anni che in presenza, o da remoto, hanno avuto e avranno l'occasione di incontrare e lavorare con artisti italiani e stranieri.

Photo credit: Swatch Ltd.
Photo credit: Swatch Ltd.

“Con il termine generazione Z si individua questa fascia di giovani generalmente considerati molto attivi nell'utilizzo di tecnologia e social media ma forse meno presenti nella vita culturale”, aggiunge Vail. “Il programma mira appunto a coinvolgere queste ragazze e ragazzi in un'esperienza che sia al tempo stesso artistica, creativa, di apprendimento e socializzazione. Vogliamo condividere con loro il metodo e gli strumenti del processo creativo quale leva da utilizzare per superare le difficoltà del momento contingente e grazie al potere rigenerativo dell’arte, guardare oltre e più avanti, come sempre fanno gli artisti”. “I ragazzi della Gen Z vedono prima il creativo che l’artista”, sottolinea Carlo Giordanetti, ceo dell’Art Peace Hotel di Swatch. “Ma soprattutto sono molto attenti nel discerne tra una creatività che ha un contenuto e quella che ne ce l’ha. Sono abituati all’arte urbana, dai graffiti a certi progetti di architettura contemporanea, che hanno naturalmente assorbito. Sono rapidi, ma hanno un livello di attenzione molto basso. Credo che la sfida, meravigliosa, sia parlare loro di arte senza essere professorali ed enciclopedici”.

Photo credit: Photo Matteo De Fina
Photo credit: Photo Matteo De Fina

“Tutti i luoghi della cultura - musei, teatri, cinema - sono una fonte inesauribile di ispirazione ed emozioni, e sono parte integrante del nostro tessuto sociale”, aggiunge Vail. “In questo senso, durante questa loro ingiusta e prolungata chiusura, credo che le attività online stiano giocando un ruolo piuttosto fondamentale. L’enorme sforzo fatto da tantissime istituzioni per trasmettere il proprio patrimonio attraverso piattaforme digitali ci ha permesso di rimanere sempre connessi e di non perdere mai di vista la cultura. E così, anche a distanza, abbiamo imparato che l’arte può stimolare la riflessione, il dialogo e lo scambio e che nei momenti di crisi può essere fonte di conforto e ispirazione”. Certo, la digitalizzazione dei musei è stata una bella occasione però abbiamo capito anche che la visita virtuale di un museo non potrà mai sostituire quella dal vivo. “E mi auguro che ciò non accada mai”, dice Giordanetti, che quest’anno festeggia il decennale dell’Art Peace Hotel di Swatch, che ha accolto più di 385 artisti da 51 diversi Paesi, con una partnership lunga 12 mesi con il Maxxi di Roma.

Photo credit: Courtesy
Photo credit: Courtesy

“In primavera eravamo entusiasti rispetto a determinate opportunità offerte da Internet ma il valore di questo tipo di esperienza funziona se è complementare alla fruizione fisica, se è legato a una parte documentaria, alla possibilità di un racconto”. “Premesso che la visita reale all'interno delle sale museali è a mio avviso insostituibile”, conclude Vail, "nel corso del 2020, in pieno lockdown, noi come Collezione Peggy Guggenheim abbiamo cercato di potenziare al massimo i nostri programmi digital, dai workshop per gli under 25, al corso online di storia dell’arte “L’Arte è Vita”, fino a tante attività social, che spaziano dagli Art Talk dedicati ai capolavori della Collezione ai brevi tutorial che portano ogni domenica i Kids Day direttamente nelle case di chi ci segue. Perché l’arte esiste sempre con o senza pubblico, ma un mondo senza arte è un modo solitario e triste. Ecco, se vogliamo trovare un lato positivo credo che il lockdown sia stato un'occasione, almeno per alcuni artisti, di poter lavorare più in studio e potersi dedicare pienamente al proprio lavoro creativo, hanno avuto tempo per riflettere. Di certo la vita frenetica delle fiere, delle biennali, delle mostre internazionali è un aspetto che è venuto meno, nel bene e nel male”.