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Il futuro migliore da costruire grazie alla Giornata della Memoria è anche il presente

Di Carlotta Marelli
·3 minuto per la lettura
Photo credit: ELVIS BARUKCIC - Getty Images
Photo credit: ELVIS BARUKCIC - Getty Images

From ELLE Decor

Il 23 gennaio 2021 Papa Francesco ha lanciato un messaggio molto chiaro ai giornalisti e a tutti coloro che si occupano di informazione e comunicazione: andare “laddove nessuno va” è un imperativo urgente per raccontare “la verità delle cose e la vita concreta delle persone”. Un messaggio che si fa ancora più imperativo e ancora più urgente in una giornata come quella della Memoria, che trova nel raccontare e tramandare gli orrori delle dittature nazista e fascista la strada per rendere omaggio a chi di quegli orrori è stato vittima, facendo sì che le loro storie siano un monito per un futuro diverso e migliore.

Questo futuro è anzitutto il presente. Un presente in cui a pochi chilometri dall’Italia, in Bosnia, succede quella che l’Organizzazione internazionale per i migranti ha definito “una catastrofe umanitaria”: nel campo profughi di Lipa, a venti chilometri dalla città di Bihać, migliaia di persone provenienti in gran parte dal Pakistan e dall’Afghanistan vivono in precarie tende di plastica, senza acqua, senza fognature e senza elettricità.

Dopo l’incendio che ha distrutto la struttura il 23 dicembre scorso, avrebbero dovuto essere trasferiti in un vecchio sito militare nella vicina città bosniaca, ma il sindaco ha rifiutato di accoglierli costringendo queste persone a rimanere in ripari di fortuna dentro il campo di Lipa oppure in baracche di legno sparse nel bosco.

Su queste pagine ci occupiamo di case, ed è giusto allargare lo sguardo anche alle case che queste persone sognano e al luogo in cui sono costrette a vivere: un luogo che della casa non ha nulla. E quei muri che vorrebbero associare all’idea di rifugio sono sottili veli di cellophane, o fili spinati da superare, confini definiti dai colpi di manganelli della polizia croata che impedisce loro di arrivare in Europa. “Per i migranti la loro brutalità è l’immagine della frontiera europea, di cui portano i segni sulla pelle” scrive Annalisa Camilli su Internazionale. “Il confine di terra più lungo dell’Unione è pattugliato dalla polizia armata di pistole, manganelli, visori notturni, termoscanner, droni. E nonostante le numerose denunce di profughi, ong, volontari e funzionari delle Nazioni Unite fin dal 2017, Bruxelles sembra insensibile alle violenze sistematiche perpetrate dalla polizia contro i profughi, rendendosene complice”.

Mentre ci interroghiamo su come sia cambiata l’idea di casa in tempi di pandemia, vogliamo allora provare a farci anche delle domande su come debba cambiare l’idea di casa anche in termini di accoglienza: un posto sicuro, dove viene garantito il rispetto dei diritti umani. A tutti.

Per approfondire e rendere vero questo concetto è necessario scendere nel particolare, conoscere e ascoltare le storie di quei migranti, una per una. In questo – per tornare alle parole del Papa, “la rete, con le sue innumerevoli espressioni social, può moltiplicare la capacità di racconto e di condivisione: tanti occhi in più aperti sul mondo, un flusso continuo di immagini e testimonianze": possiamo leggere le loro memorie, i racconti di chi ce l’ha fatta ed è riuscito a raggiungere la casa che sognava in Europa, e di chi non ha mai potuto superare quel confine. In questa Giornata della Memoria 2021 vogliamo provare ad amplificare quelle storie, rileggerle una per una, per riflettere sul significato più profondo e universale della parola “casa”.