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Il lockdown non impedisce la diffusione del virus C

Francesco Simoncelli
·8 minuto per la lettura

ìUltimamente il NBER si sta dando molto da fare per sfornare studi che smentiscono le baggianate della narrativa terroristica mainstream. Infatti, oltre a quello menzionato nella traduzione di oggi, c'è quest'altro studio che va ad evidenziare un fatto importante a cui si era già arrivati col ragionamento: aumenti significativi delle morti in eccesso tra i giovani a causa dei lockdown. Le morti in eccesso sono il numero di morti che superano il numero previsto in un dato anno. Se ci sono morti in eccesso significa che è successo qualcosa di insolito, come un drastico cambiamento nella vita sociale. Si sono inventate menzogne a iosa per collegare in qualche modo le morti per questa influenza ai giovani, mentre invece si è soprasseduto sul vero killer: morti per disperazione dovute in gran parte all'isolamento sociale.

Indipendentemente da quello che si possa pensare sui lockdown, non si può sfuggire al fatto empirico che chiudere la società porta a morti in eccesso. Droga, overdose, disperazione, depressione, suicidi, sono tutti sottoprodotti della mente malata di policymaker che approvano regole di condotta liberticide e del dispotismo dell'isteria popolare, incapaci (o volontariamente ignari) di vedere come queste morti superano di gran lunga quelle del virus. Se volete sapere come andrà a finire questa storia vi basta guardare il film "Operazione Diabolica" di John Frankenheimer. L'illusione di una vita felice in una trappola per topi, il controllo progressivo, la seduzione di salvare l'illusione di avere qualcosa e quindi chinare la testa ad ogni sopruso e infine la realizzazione dell'impossibilità di poter dire, ancora per una volta, "no". Il finale del film è terrore puro, ma vi conviene farvi venire lo stomaco forte perché la realtà si sta fondendo con la pellicola.

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di Joakim Book

Si è detto molto sui modelli terribili che in primavera hanno previsto un numero sbalorditivo di morti a causa del nuovo coronavirus.

Col senno di poi, per quanto grave sia stata l'epidemia, non si è mai nemmeno avvicinata ai numeri lugubri proiettati; gli stessi numeri che hanno razionalizzato i lockdown a livello nazionale in Italia, Regno Unito, New York e poi in molti altri luoghi.

Ciò che i ricercatori hanno affrontato sin da allora è stato come misurare l'impatto delle varie azioni intraprese. Sappiamo anche se quello che stiamo facendo funziona? Dove sono le prove e ci sono altre cose che dovremmo fare invece?

Naturalmente i sostenitori dei lockdown hanno da tempo affermato che una forte azione dello stato ha prevenuto situazioni peggiori. Anzi, secondo loro gli scarsi risultati che abbiamo avuto in primavera e in autunno indicano che non abbiamo fatto abbastanza. Gli scettici, dall'altra parte, hanno affermato che i lockdown non hanno fatto altro che danneggiare le nostre società (fisicamente, economicamente e mentalmente) e che le curve del tasso d'infezione si sono mosse come hanno fatto indipendentemente da ciò che i politici hanno attuato, e spesso prima che le loro politiche avessero effetto. Il documento di agosto del NBER, a firma di Andrew Atkeson, Karen Kopecky e Tao Zha, "Four Stylized Facts about COVID-19", spiega la posizione scomoda per la maggior parte dei policymaker: il virus sembra diffondersi rapidamente, uccidere selettivamente e non risponde in alcun modo a tutto ciò che i politici hanno attuato contro di esso.

Il dibattito sul virus C è diventato rapidamente una battaglia per indicare questo o quel Paese: i fanatici del lockdown hanno preso l'Australia e la Nuova Zelanda; gli scettici invece Svezia e Taiwan. Le faide nelle arene politiche e sulle pagine editoriali sono state all'ordine del giorno. I tassi di mortalità in Svezia hanno superato di gran lunga quelli dei Paesi limitrofi, argomento su cui già ad agosto abbiamo cercato di fare un po' di chiarezza. Per americani e britannici che non sanno distinguere Bergen da Ystad, o il danese dai dittonghi finlandesi, i tassi di mortalità più alti e le restrizioni più deboli erano la prova conclusiva che la strategia leggermente più aperta della Svezia aveva fallito. Non importava che i Paesi nordici potessero differire per altri aspetti. L'analisi statistica è diventata uno zimbello, mentre nessuno ha paragonato la Svezia al Regno Unito, al Belgio o alla Francia che hanno sfoggiato risultati molto peggiori.

Forse i Paesi differiscono molto l'uno dall'altro in modi che renderebbero tali confronti completamente fuorvianti: dati demografici, densità di popolazione, dimensione dello shock Covid, effetto dei consigli del governo, valori culturali di come le persone interagiscono e come hanno risposto all'epidemia. Inoltre tutti questi Paesi hanno introdotto così tante nuove politiche e cambiamenti comportamentali che anche quelli di noi che hanno cercato di dar loro un senso ne hanno perso rapidamente traccia.

Ciò di cui avevamo bisogno era un esperimento, in cui tutte quelle differenze di fondo fossero controllate. Idealmente, una giurisdizione con condizioni simili che opera con regole simili; dove alcune delle aree sono state bloccate, mentre le contee vicine, identiche in ogni altro modo, no. In un nuovo articolo ha fatto esattamente questo. L'articolo "Lockdown Effects on Sars-CoV-2 Transmission - The evidence from Northern Jutland", di Kasper Planeta Kepp e Christian Bjørnskov, è ora disponibile su MedRxiv.

Alla fine della scorsa estate, una nuova mutazione del virus Sars-CoV-2 è stata scoperta negli allevamenti di visoni in Danimarca. Quelle informazioni sono diventate improvvisamente importanti nel dibattito pubblico ad ottobre, quando i ricercatori del Danish Serum Institute hanno messo in guardia contro la mutazione ed i politici hanno chiesto un'azione. Il 4 novembre il primo ministro ha annunciato che nella regione danese dello Jutland settentrionale, sette comuni sarebbero entrati in condizioni di lockdown estremo, attuando la consueta batteria di lavoro da casa, chiusure di attività commerciali/ricreative e trasporti pubblici chiusi. Sparsi tra loro, tutti nella stessa regione dello Jutland settentrionale, c'erano quattro comuni che non hanno aderito; sono rimasti fedeli alle regole abbastanza moderate del resto della Danimarca. In totale 280.000 persone e 126.000 posti di lavoro sono stati colpiti dal lockdown estremo, poiché alle persone è stato vietato di attraversare i confini municipali per andare a lavorare.

Questa è stata un'occasione d'oro per misurare gli impatti delle infezioni in presenza di lockdown molto rigidi. Confrontando comuni molto simili (lingua, cultura, regione amministrativa, geografia) i professori danesi hanno potuto evitare i problemi di identificazione di causa ed effetto che ostacolavano le osservazioni tra Paesi. Inoltre il blocco di sette comuni non era giustificato su numeri di casi diversi o diffusione del virus, ma solo su una preoccupazione per una nuova mutazione che successivamente si è rivelata infondata.

Prima dei lockdown più pesanti in quei sette comuni, non c'era alcuna differenza rilevabile tra i due gruppi dello Jutland settentrionale. Nei sette giorni precedenti al lockdown, il gruppo bloccato aveva 0,15 test positivi per mille abitanti al giorno contro lo 0,14 del gruppo aperto. Anche in primavera, quando sono state testate molte meno persone, il primo gruppo ha sperimentato un totale di 0,69 test positivi per mille abitanti mentre il gruppo aperto ha visto 0,82 test positivi (tutte differenze statisticamente non significative).

Considerando i due gruppi come unità autonome, Planeta Keep e Bjørnskov scrivono:

Non ci sono differenze statisticamente significative tra i due gruppi di comuni prima dell'intervento. La forte somiglianza nei tassi di infezione in tempi diversi prima dell'intervento rivela la natura del lockdown: un vero e proprio esperimento sociale.

In nessuna statistica specifica sottolineata dai ricercatori, la variabile del lockdown (spostata di 4, 7 o 10 giorni per consentire un periodo di incubazione incerto del virus) supera i test di significatività convenzionali per il suo impatto sul numero di infezioni. L'unica cosa che sembra alimentare i test positivi nei comuni nord-danesi sono le infezioni nei giorni e nelle settimane precedenti.

Come si vede nella Grafico 1 del documento, il numero di infezioni da Covid nei due gruppi era già in calo prima dell'inizio delle pesanti restrizioni; e continua a diminuire allo stesso modo in entrambi i gruppi. In termini non statistici: guardando contee identiche, i ricercatori non possono rilevare alcun impatto da parte dei lockdown. Questi ultimi, infatti, non fermano, rallentano o influenzano in alcun modo la diffusione della malattia.

Ciò che è notevole è che lo studio include una popolazione abbastanza grande da rilevare un tale cambiamento. C'è stata una grande spinta per tamponi di massa in entrambi i gruppi e quindi nessuna possibilità che non sia stato rilevato un numero significativo di infezioni. I professori riflettono sullo studio e lo descrivono come:

L'insieme di dati empirici più focalizzato nel tempo e nello spazio disponibile con sufficiente potenza statistica, gruppo di controllo adeguato e omogeneo, tamponi a tappeto e con il più piccolo possibile inquinamento immaginabile in un ambiente reale.

In contrasto con le terrificanti proiezioni dei modelli proposti in precedenza, questo studio ha mostrato risultati reali con persone reali. Potrebbe benissimo essere che i lockdown funzionino in base ad alcune impostazioni particolari, in alcune giurisdizioni e in alcune condizioni. Ma in un contesto con conformità volontaria, alta fiducia nello stato e molte informazioni generali a disposizione dei cittadini, come in tutta la Danimarca (e in altr Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online