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Il mercato azionario non è un indicatore di riferimento

Francesco Simoncelli
·6 minuto per la lettura

L'uso del mercato azionario da parte dei politici come indicatore economico di riferimento non è affatto insolito. Ai democratici piace pubblicizzare la performance del mercato azionario sotto la presidenza Obama come contrappunto al vanto di Trump. Questo tipo di pensiero, che equipara la performance del mercato azionario alla salute economica, è molto diffuso. È anche piuttosto comprensibile: nel ventesimo secolo il possesso di azioni da parte della classe media era diventata la strategia standard per risparmiare ed investire, dando alla maggior parte dei cittadini un interesse personale nell'attività di mercato. Quando il mercato sale, gli investitori ne traggono vantaggio e questo rende l'attività di mercato una potente questione politica.

Tuttavia, come metrica della salute generale dell'economia, la performance del mercato azionario è, nella migliore delle ipotesi, un indicatore fuorviante e inaffidabile. A rigor di termini, i prezzi delle azioni non indicano altro che il prezzo che le persone sono disposte a pagare per rivendicare una proprietà parziale in determinate imprese. Con un'offerta di denaro stabile, i guadagni nel mercato azionario rifletterebbero livelli in crescita di risparmio e produttività, e sarebbero effettivamente indicativi di crescita economica.

Perché i prezzi delle azioni in un'economia inflazionistica sono diversi

Ma per le economie inflazionistiche, che sono diventate la norma a livello mondiale, il denaro di nuova creazione fa aumentare questi prezzi, senza risparmi effettivi. In un certo senso, questo non è diverso dall'effetto che ha l'inflazione dell'offerta di denaro su ogni altro bene, e l'errore di considerare gli aumenti dei prezzi alimentati dall'inflazione come economicamente desiderabili non è così assurdo come potrebbe sembrare di primo acchito. Negli anni '30 fu proprio questa linea di pensiero a guidare i politici verso il New Deal. Pensando che l'aumento dei prezzi potesse in qualche modo spingere l'economia verso nuovi livelli, i New Dealer tagliarono la produzione, bruciarono i raccolti e macellarono il bestiame per sostenere i prezzi agricoli come soluzione alla Grande Depressione, anche mentre milioni di americani avevano difficoltà a sfamare le proprie famiglie.

Al giorno d'oggi, i pianificatori centrali non cercano aumenti dei prezzi riducendo la produzione, ma aumentano invece l'offerta di denaro attraverso la banca centrale e le sue operazioni nel mercato aperto (tra le altre strategie). La FED sta ora acquistando un'ampia varietà di asset, cosa che richiede la creazione di nuova moneta. Ed è probabile che amplierà questi sforzi in futuro. Almeno per il momento la Federal Reserve non acquista azioni direttamente, sebbene di recente abbia iniziato ad acquistare obbligazioni societarie per la prima volta nella sua storia, suggerendo che all'orizzonte sono probabili acquisti diretti di azioni.

Ma come si relaziona tutto ciò ai prezzi delle azioni? Il problema principale che collega l'espansione del credito e il mercato azionario è l'allocazione errata delle risorse alimentata da un tasso d'interesse artificialmente basso. 

Comprendere le conseguenze della politica inflazionistica è uno dei tanti motivi per cui lo studio dell'economia Austriaca, e in particolare della teoria Austriaca del ciclo economico, è davvero importante. Man mano che le banche centrali immettono nuovo denaro nell'economia, allo scopo apparente di stimolare i consumi, sebbene in realtà per finanziare i disavanzi pubblici attraverso l'acquisto di titoli del Tesoro, l'offerta di fondi mutuabili si espande, producendo tassi d'interesse più bassi per i mutuatari.

Con un'offerta di moneta non fiat (ad esempio, metalli preziosi o criptovalute) i tassi d'interesse riflettono il tasso generale di risparmio e il risparmio richiede un consumo posticipato. Ma l'espansione del credito (cioè la creazione di denaro dal "nulla") distorce questo segnale e facilita il prestito anche se le persone consumano di più nel presente. Le aziende investono in linee di produzione ampliate, competendo con i consumatori per le risorse. Nel breve periodo l'economia gode di bassi tassi di disoccupazione, consumi indulgenti e, naturalmente, un mercato azionario in crescita.

Conseguenze negative nel lungo termine

Alla fine, però, i prezzi si aggiustano alla nuova offerta di moneta, lasciando alle imprese costi di produzione più elevati di quanto originariamente previsto, e le merci prodotte trovano mercati limitati; senza un consumo posticipato, c'è meno consumo futuro, ma il tasso d'interesse non è riuscito a riflettere questo processo. Il crollo del mercato azionario che segue non è la causa di una cattiva economia, ma piuttosto la conseguenza di una crescita artificiale e di risorse allocate male.

Il rapporto tra mercato azionario e abitudini di consumo è facilmente identificabile da decisioni finanziarie comuni che la maggior parte delle persone deve affrontare ad un certo punto della propria vita. Pensate alla decisione di acquistare una casa, che per la maggior parte delle persone rappresenta la decisione di consumo più significativa della propria vita. Quando la Federal Reserve imposta un tasso d'interesse basso, il che significa che intende aumentare l'offerta di moneta per raggiungere tale obiettivo, anche le persone che richiedono un mutuo godono di tassi più bassi. Gli acquirenti di case con risparmi detenuti in fondi comuni d'investimento o qualcosa di simile spesso confrontano il tasso di rendimento annuo con i tassi ipotecari bassi e decidono che ha più senso accendere un prestito, piuttosto che ritirare i propri risparmi dal mercato azionario per ripagare parte o tutta la casa.

Il denaro facile porta più soldi nelle azioni

Questa, infatti, è una raccomandazione standard dei consulenti finanziari e presa singolarmente è valida, almeno sulla carta. Nel complesso decisioni come questa riflettono il modo in cui tassi d'interesse artificialmente bassi facilitano l'aumento simultaneo dei consumi e degli investimenti in borsa. Con le persone che scelgono di prendere in prestito denaro invece di incassare le azioni, le aziende espandono i consumi come se suddetti acquirenti di case non avessero un mutuo da pagare ogni mese. Il tasso d'interesse distorto, quindi, porta a decisioni finanziarie che creano false aspettative sul reddito discrezionale futuro. Considerata nell'aggregato, questa logica individuale, insieme alla serie di decisioni personali e aziendali simili che pesano il prestito rispetto ai rendimenti previsti sugli investimenti, rende chiara la relazione tra politica fiscale inflazionistica, crescita del mercato azionario e crisi economiche.

È importante ricordare che l'espansione del credito per abbassare i tassi d'interesse è stata la politica standard della FED da molto prima che Trump si insediasse. Ciò non significa che sia privo di colpe per le conseguenze economiche che inevitabilmente seguono i boom inflazionistici. Non più tardi di maggio, il presidente ha chiesto un tasso d'interesse di riferimento negativo, indicando una politica fiscale ancora più espansiva rispetto al suo predecessore. Con la necessità di finanziare deficit record, invece di un bilancio in pareggio, la sua richiesta di denaro gratis non è una sorpresa. Gli unici guadagni che possono derivare dalle politiche fiscali sono temporanei e sono accompagnati dall'allocazione errata delle risorse prima del bust correttivo. Nella misura in cui il mercato azionario riflette questa crescita artificiale, non può servire come metrica accurata della salute economica.

Di Chris Calton 

Ttraduzione di Francesco Simoncelli

Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online