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Il precursore dell’impact investing? Potrebbe essere Milton Friedman

Antonio Cardarelli
·3 minuti per la lettura
Il precursore dell’impact investing? Potrebbe essere Milton Friedman
Il precursore dell’impact investing? Potrebbe essere Milton Friedman

Maïa Ferrand e Mohadeseh Abdullahi, a 50 anni dal famoso editoriale del premio Nobel sul New York Times, rileggono con una luce diversa le sue parole sul rapporto tra azienda e comunità

Poco più di 50 anni fa compariva sul New York Times un editoriale firmato da Milton Friedman, padre della teoria monetaria e premio Nobel, da molti considerato il “padre involontario” delle società per azioni. Come spesso accade, la cultura popolare ha semplificato il messaggio, molto più complesso, dello studioso. Così, la dottrina di Friedman è diventata la società per azioni dove “l’avidità è un bene”.

FALSO MITO

Maïa Ferrand, Co-Head of External Multimanagement e Mohadeseh Abdullahi, Investment Analyst, Impact Investments, entrambi di Candriam, provano a sfatare questo “falso mito” per arrivare alla conclusione che lo “Zio Milty” possa invece essere considerato un precursore dell’impact investing. Milton Friedman è stato consulente del presidente americano Ronald Reagan e del primo ministro britannico Margaret Thatcher. Spesso le sue teorie sono state la base per dichiarare, senza mezze misure, che le aziende che spendono i propri soldi per iniziative di beneficienza rubano profitti ai veri proprietari, ossia gli azionisti.

UNA POSIZIONE FIGLIA DEI TEMPI

Secondo i due esperti di Candriam, Friedman non faceva altro che reagire all’idea – prevalente cinquant’anni fa – che le grandi società ricche dovessero sostituirsi ai governi impiegando parte dei profitti per opere caritatevoli. Dunque, secondo l’opinione di Friedman, non solo le aziende dovevano assumere il personale più qualificato (e non quello più bisognoso) ma allo stesso tempo un’azienda che costruisce a livello locale infrastrutture che dovrebbero essere fornite dal governo non fa altro che commettere un furto nei confronti degli azionisti.

L’ECCEZIONE DI FRIEDMAN

Ma, precisano Ferrand e Abdullahi, lo stesso Friedman aggiunse un’importante eccezione, eccola: può essere nell’interesse di lungo periodo di una impresa, le cui decisioni sono rilevanti per una piccola comunità locale per la quale l’impresa costituisce un importante datore di lavoro, investire risorse per contribuire al benessere di tale comunità. Ciò può rendere più facile attrarre buoni dipendenti, offrire vantaggi in termini di minor costo del lavoro e maggiore produttività. Secondo gli esperti di Candriam, tale precisazione “richiama alla mente il moderno concetto di investimenti basati sull’analisi ESG, secondo il quale il prendere in considerare tutti gli stakeholder, in ultima analisi, va a vantaggio degli azionisti”.

L’IMPACT INVESTING

“Entra in scena l’impact investing – concludono Ferrand e Abdullahi - Si sta evolvendo un nuovo modello di business, Impact Investing, in cui l’azienda viene fondata per creare un impatto sociale o ambientale. Per questa nuova generazione di imprenditori, i profitti dell’azienda e il valore per gli azionisti derivano dall’impatto sociale, sia esso sociale o ambientale. Fornire acqua pulita. Costruire alloggi a prezzi accessibili. Creare agenzie di collocamento per abbinare i disoccupati di lungo periodo ai posti di lavoro in cui sono la persona giusta per il posto di lavoro. In questo nuovo modello, gli azionisti e le altre par ti interessate, mettendo in relazione il profitto con lo scopo sociale”.