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Il punto decimale che ha fatto saltare in aria il mondo

Francesco Simoncelli
·8 minuto per la lettura

Qual è stata la base del panico che ha portato le luci ad oscurarsi sulla civiltà? La data più importante potrebbe essere l'11 marzo 2020. È allora che il Congresso è caduto in un panico ingiustificato e ha acconsentito ad un lockdown su richiesta degli "esperti". I governatori statali li hanno seguiti uno per uno, con poche eccezioni, e il resto del mondo si è unito alla frenesia.

A febbraio le persone desideravano ardentemente sapere la risposta a quanto segue: questo "nuovo virus" ha punti in comune con l'influenza, i raffreddori stagionali ed altri patogeni prevedibili e gestibili? O è qualcosa di completamente diverso, senza precedenti nelle nostre vite, terrificante e universalmente mortale?

Fondamentale in suddetta fase sono stati i messaggi concernenti la salute pubblica. Nelle precedenti pandemie dal 1918 in poi, il messaggio centrale era mantenere la calma, andare dal medico se si accusavano determinati sintomi, evitare di infettare deliberatamente gli altri, fidarsi dei sistemi in atto e mantenere la società funzionante. Questo è stato a lungo considerato un messaggio di salute pubblica responsabile, ed è stato praticamente il punto in cui siamo rimasti per la maggior parte di gennaio e febbraio, quando gli "esperti", indipendentemente dalle loro prospettive politiche, hanno mantenuto sobrietà e razionalità.

Qualcosa è cambiato radicalmente questa volta. S'è fomentato il panico, attingendo ad una paura primordiale nei confronti della malattia. La realtà della pandemia, a quanto pare, era familiare. La gravità del suo impatto ha colpito principalmente gli anziani e gli infermi, con il 40% dei decessi riconducibili a strutture di assistenza a lungo termine e un'età media della morte quasi uguale alla durata media della vita. Ha seguito un modello stagionale di diffusione fino al suo equilibrio endemico.

L'unico fattore differente è stato il messaggio, universalmente strutturato per creare frenesia pubblica, dall'urgenza del 28 febbraio sul New York Times di "tornare al medioevo" all'ultima richiesta su Salon di farci prendere dal panico ancora di più.

La mia sensazione di rovina imminente è iniziata il 6 marzo con la cancellazione di South by Southwest ad Austin, in Texas, un'azione compiuta dal sindaco senza ascoltare nessun altro e completamente senza precedenti. Ne ho scritto l'8 marzo. Quattro giorni dopo, il presidente Trump ha pronunciato un discorso a livello nazionale che si è concluso con un annuncio scioccante che tutti i voli dall'Europa sarebbero stati fermati, anche se il virus era qui sin da gennaio. Il giorno successivo, il 13 marzo, l'amministrazione ha emesso quello che equivaleva ad un piano di chiusura per la nazione.

A questa sequenza temporale, tuttavia, manca un passaggio cruciale.

Dobbiamo essere grati a Ronald B. Brown della Waterloo University per il suo straordinario documento in Disaster Medicine and Public Health Preparedness (Vol 14, No. 3): “Public Health Lessons Learned From Biases in Coronavirus Mortality Overestimation”. È stato pubblicato anche sul sito web del National Institutes of Health con data del 12 agosto. La tesi del nostro autore era che la reazione eccessiva ed i lockdown senza precedenti sono iniziati con quello che era un miscuglio terminologico che, a sua volta, ha portato ad un punto decimale di errore in una relazione del National Institutes of Health.

Era un errore apparentemente piccolo, ma ha fornito la base su cui Anthony Fauci ha testimoniato al Comitato per la supervisione e la riforma della Camera sulla gravità del nuovo virus.

Ecco il video in questione. Mentre guardate, noterete l'apparente precisione dei dati che in realtà maschera un enorme problema: l'enorme differenza tra il tasso di mortalità dell'infezione, il tasso di mortalità dei casi ed il tasso di mortalità complessivo. Non c'era menzione alcuna dei tassi di guarigione. Nessuna persona presente ha respinto le sue affermazioni. Nella bufera di dati, è emersa una sola affermazione che ha terrorizzato tutti: "È 10 volte più letale dell'influenza stagionale".

A parte questa previsione, il suo comportamento era: questo è un virus completamente nuovo, molto mortale ed ingestibile senza misure estreme. Il messaggio implicito di Fauci al Congresso e al popolo americano era: fatevi prendere dal panico.

Da notare il linguaggio confuso: fa riferimento al "tasso di mortalità" senza specificare cosa intende, getta nella mischia un 3% e poi parla di "casi" senza sintomi. In tutto questo pasticcio di apparente scienza, Fauci rivendicava ciò che in realtà non poteva sapere, fondendo due distinti set di dati ed estrapolando un appiglio che gli permettesse di avanzare un'affermazione completamente non supportata che ovviamente si è rivelata falsa. Due anni fa 61.000 americani di tutte le età morirono di influenza. Se si imputava erroneamente un "tasso di mortalità" dello 0,1% e lo si traslava alle infezioni da Covid, si avevano almeno 800.000 morti solo per Covid (non "con" come il CDC classifica oggi le morti, cosa che da sola rappresenta un grande cambiamento). Questa era una previsione spaventosa in quel frangente; sembrava aggiungere peso alle stime dell'Imperial College di Londra di quei 2,2 milioni di morti che ci sarebbero stati senza lockdown. Questa testimonianza ha portato un'intera generazione di legislatori a credere che nessuna delle misure mediche tradizionali avrebbe funzionato. "Non c'è paragone con l'influenza o qualsiasi malattia respiratoria", solo questo ha giustificato un'emergenza nazionale che richiedeva la fine del nostro modo di vivere.

Il problema è che l'affermazione era basata su un errore terminologico che alimentava un errore matematico di base. Come spiega Brown:

Il bias di campionamento nei calcoli di mortalità del coronavirus ha portato ad una sovrastima della mortalità 10 volte maggiore l'11 marzo 2020, testimonianza di fronte al Congresso degli Stati Uniti. Questo bias è stato seguito da un bias di informazione dovuto all'errata classificazione di un IFR dell'influenza stagionale come CFR, evidente in un editoriale di NEJM.org. Le prove dell'OMS hanno confermato che il CFR approssimativo del coronavirus non è generalmente superiore a quello dell'influenza stagionale. All'inizio di maggio 2020, i livelli di mortalità COVID-19 erano notevolmente inferiori alle sovrastime previste, un risultato che la popolazione ha attribuito alle misure di mitigazione per contenere la diffusione del nuovo virus.

Seguiamo Brown mentre guida il lettore per fargli capire le differenze cruciali tra IFR e CFR. L'IFR, da campioni in tutta la popolazione, "include infezioni non diagnosticate, asintomatiche e lievi". Per calcolare l'IFR medio nella popolazione, si fanno campioni randomizzati per giudicare la sua prevalenza. I risultati sono i casi, ciò che chiamavamo persone "malate", ma si estendono anche a persone che si limitano ad avere tracce del virus morto ma non corrono il pericolo di trasmetterlo o di subire conseguenze gravi. I casi, d'altra parte, "si basano esclusivamente su gruppi relativamente più piccoli di casi diagnosticati da moderatamente a gravemente malati all'inizio di un'epidemia". Il CFR è un gruppo più piccolo. Brown ci fornisce il grafico seguente per mostrare come l'epidemiologia abbia a lungo considerato la differenza.

Basandovi solo su questo grafico, potete capire perché diventa fondamentale mantenere questi termini ben distinti. Il CFR è più alto; l'IFR è inferiore; il tasso di mortalità grezzo è ancora più basso. Il CFR misura la gravità; l'IFR misura la prevalenza. Questi sono i due problemi generali che è necessario conoscere per valutare se e in che misura un'epidemia di virus sia lieve, moderata, o grave. Ciò è importante a causa della realtà a lungo osservata dei virus respiratori: c'è un compromesso tra le forze. Più il virus è grave, più velocemente si esaurisce. Più è mite (e “intelligente”), più può diffondersi. Mescolare gravità e prevalenza significa confondere tutte le categorie importanti che gli specialisti in malattie infettive utilizzano per valutare l'impatto sociale di un nuovo virus.

Inoltre, se si uvole confrontare la gravità di una pandemia, bisogna confrontare le mele con le mele, il che significa come minimo che dobbiamo stare attenti a distinguere le mele dalle arance e dalle pere. Questo è esattamente ciò che i primi messaggi sul coronavirus non hanno fatto.

I casi non sono morti; ancora più cruciale, i casi in senso tradizionale significano che le persone sono effettivamente malate, non che sono risultate positive al test PCR. Aggiungendo ulteriore confusione, oggi la maggior parte delle fonti di dati sul Covid utilizza il termine "casi" per identificare qualsiasi test positivo, con o senza sintomi, quando la parola corretta sarebbe "infezioni". Inoltre il test PCR stesso presenta i suoi problemi. Come osserva Brown: "Un grave limite del test RT-PCR è che il rilevamento degli acidi nucleici non è in grado di determinare la differenza tra virus infettivi e non infettivi". L'uso diffuso del test PCR ha dato il proprio contributo ad offuscare tutte queste distinzioni cruciali.

Consideriamo ora uno straordinario articolo sul New England Journal of Medicine, apparso in data 28 febbraio, con Anthony Fauci come co-autore. L'importanza del pezzo sta nel fatto che si afferma che il Covid e l'influenza sono simili in gravità. "Le conseguenze cliniche complessive del Covid-19 potrebbero in definitiva e Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online