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Il quarto rinvio di Di Maio

Giuseppe Colombo

Mai forse come questa volta il mancato salvataggio di Alitalia mette in luce quanto la politica, e quindi il governo gialloverde, sia responsabile della non soluzione e dell’incapacità di tutelare un asset industriale. Per la politica stessa Alitalia non ha perso solo la denominazione di compagnia di bandiera, ma anche la sostanza, il senso. Perché tutti parlano di difendere un pezzo di Italia, di rilanciare un player del mercato aereo mondiale, di fare di Alitalia l’Alitalia degli anni fortunati. Ma le parole, oggi, si schiantano contro l’ennesimo rinvio. Il quarto, in pochi mesi, firmato da Luigi Di Maio. E contro i litigi interni al governo, con Matteo Salvini che punta il dito contro il vicepremier grillino e la politica del rinvio del Movimento. È anche l’ennesima dimostrazione dell’incapacità di delineare una politica industriale che sia in grado quantomeno di salvare i pezzi pregiati che sono in malora o sotto l’arrembaggio della mano straniera. Alitalia, Ilva, Mercatone Uno. La lista è lunga. 

Alitalia resta lì, appesa ai 467 milioni rimasti in cassa, a loro volta foraggio di Stato tramite un prestito ponte che le ha permesso di sopravvivere, e sotto commissariamento, negli ultimi due anni. Il governo, e in primis i 5 stelle che con Di Maio hanno in mano il ministero dello Sviluppo economico, non sono stati capaci di creare quelle condizioni tali da rendere attrattiva o quantomeno plausibile l’offerta di vendita. In tanti si sono affacciati, hanno chiesto di vedere le carte e i numeri, hanno annusato, lanciato proposte sottobanco, imposto condizioni su licenziamenti e strategie. Ma non è rimasto nessuno. Fs, a cui è stato affidato il compito di fare da perno alla cordata di salvataggio è riuscita in nove mesi a tirarsi dietro solo un misero 15% di Delta e un altro 15% l’ha dovuto mettere il Tesoro per fare apparire quantomeno credibile il piano. Manca il 40%, il player industriale forte. Il rinvio è stato per Di Maio un atto...

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