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Il Sud vede riaprirsi la forbice con il Nord secondo lo Svimez

(Adnkronos) - Sulla ripartenza dell'economia del Sud si allungano nuove ombre. Dopo lo shock della pandemia, nel 2021 l’Italia ha conosciuto una ripartenza pressoché uniforme tra macro-aree alla quale ha dato il proprio contributo il Mezzogiorno. Ma per il 2022 il vento sembra cambiare direzione con il Pil delle regioni meridionali che segna il passo e con la prospettiva che si riapra le allarghi a forbice tra Nord e Sud. E' questo in sintesi lo scenario che tratteggiano le anticipazioni del rapporto Svimez 2022, presentate oggi alla Camera.

Il rimbalzo del Pil 2021, guidato dal binomio di investimenti privati (in particolare nel settore delle costruzioni) ed export, si è diffuso a tutte le aree del Paese, ma è stato più rapido nel Nord. Tuttavia, un dato importante che emerge dalle Anticipazioni è che, contrariamente alle passate crisi, il Mezzogiorno ha partecipato alla ripartenza anche grazie alla qualità fortemente espansiva delle politiche a sostegno dei redditi delle famiglie e della liquidità delle imprese. Nel 2021, infatti, il Pil del Sud è cresciuto del 5,9% (a fronte di una crescita nazionale del +6,6%).

Per il 2022, segnala lo Svimez, la crescita del Pil italiano è stimata al +3,4%. A rallentare la crescita nazionale è soprattutto la frenata di consumi e investimenti. In entrambi i casi con effetti particolarmente sfavorevoli al Meridione, tali da determinare la riapertura della forbice Nord-Sud nel ritmo di crescita, +2,8% nel Mezzogiorno, +3,6% nel Centro Nord, che prima del nuovo shock sembrava potesse rimarginarsi. Le dinamiche globali hanno esposto l’economia italiana a nuove turbolenze, allontanandola dal sentiero di una ripartenza relativamente coesa tra Nord e Sud del Paese, con conseguenze di medio termine che si prospettano più problematiche per le famiglie e le imprese meridionali.

Già nel 2022, secondo lo Svimez, il picco dell’inflazione dovrebbe interessare in maniera più marcata il Mezzogiorno (8,4%, rispetto al 7,8% del Centro-Nord), dove dovrebbe essere più lento anche il rientro sui livelli pre-shock. Questa dinamica dovrebbe determinare impatti più pronunciati sui consumi delle famiglie e sulle scelte di investimento delle imprese, anche con potenziali problemi di continuità aziendale più concreti nel Mezzogiorno. Al Sud più di un terzo delle famiglie si posiziona nel primo quintile di spesa familiare mensile equivalente, contro il 14,4% del Centro e meno del 13% nel Nord. Tuttavia gli investimenti nel 2022 crescono al Sud più che al Nord, in base alle analisi di Svimez: +12,2% contro il +10,1%. Nel Mezzogiorno però spingono la crescita soprattutto quelli nel settore delle costruzioni, grazie allo stimolo pubblico (ecobonus 110% e interventi finanziati dal Pnrr). La crescita degli investimenti orientati all’ampliamento della capacità produttiva è invece inferiore di tre punti a quella del Centro-Nord (+7% contro +10%).

E' però il biennio 2023-204 a preoccupare, perché, come afferma il direttore Svimez Luca Bianchi, “vi è il serio rischio di un’inversione del ciclo, una volta esaurito l’effetto di rimbalzo del 2021 a cui ha partecipato anche il Sud”. In un contesto di drastica riduzione del ritmo di crescita nazionale (+1,5% nel 2023; +1,8% nel 2024), il Mezzogiorno fa segnare tassi di variazione del Pil inferiori al resto del Paese, nonostante il significativo contributo alla crescita del Pnrr. Nel 2023, il Pil dovrebbe segnare un incremento dell’1,7% nelle regioni centrosettentrionali, e dello 0,9% in quelle del Sud. Nel 2024, si manterrebbe un divario di crescita a sfavore del Sud di circa 6 decimi di punto: +1,9% al nord contro il +1,3% del Sud.

L’aumento dei costi dell’energia, rileva il centro studi, inciderà maggiormente sui bilanci delle aziende del Mezzogiorno perché qui sono più diffuse le imprese di piccola dimensione e i costi dei trasporti sono più elevati. Quindi il sistema produttivo meridionale si dimostra più fragile rispetto all’impatto della guerra. Si stima infatti che uno shock simmetrico sui prezzi dell’energia elettrica che ne aumenti il costo del 10%, a parità di cose, determini al Sud una contrazione dei margini dell’industria di circa 7 volte superiore a quella osservata nel resto d’Italia.

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