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Il taglio delle tasse alla tedesca già divide la maggioranza. E bisognerà aspettare l'anno prossimo

Giuseppe Colombo
·Business editor L'Huffington Post
·4 minuti per la lettura
The Italian deputy Roberto Gualtieri and the Italian premier Giuseppe Conte, both with surgical mask, in the Senate Chamber during the report on the results of the extraordinary European Council, which took place in Brussels from 17 to 21 July. Rome (Italy), July 22nd, 2020 (Photo by Massimo Di Vita/Archivio Massimo Di Vita/Mondadori Portfolio via Getty Images) (Photo: Mondadori Portfolio via Getty Images)
The Italian deputy Roberto Gualtieri and the Italian premier Giuseppe Conte, both with surgical mask, in the Senate Chamber during the report on the results of the extraordinary European Council, which took place in Brussels from 17 to 21 July. Rome (Italy), July 22nd, 2020 (Photo by Massimo Di Vita/Archivio Massimo Di Vita/Mondadori Portfolio via Getty Images) (Photo: Mondadori Portfolio via Getty Images)

I renziani ne fanno una questione anche di metodo e già questo elemento misura la precarietà di un disegno ancora tutto da confezionare dentro al Governo. Un disegno che vale tantissimo in termini di consenso perché la riforma fiscale si tira dietro il concetto che si tagliano le tasse. Ma al taglio bisogna arrivarci. E le cose, dentro alla maggioranza, si sono già messe male. Ecco cosa dice Luigi Marattin, l’uomo economico di Italia Viva e presidente di una commissione chiave come è la Finanze della Camera: “Italia Viva ha detto in tutti i modi che non è d’accordo sul sistema tedesco. Vorrebbe fare questa discussione nelle riunioni e nei seminari, con numeri e idee, ma se proprio si insiste a volerla fare sui giornali, a noi va bene lo stesso”. Il sistema tedesco è quello a cui sta lavorando il Tesoro in vista della legge delega che a dicembre metterà mano alle aliquote Irpef. Ma i renziani, e non solo, dicono già no.

A dicembre mancano ancora tre mesi e poi serviranno i decreti attuativi della legge delega. Tradotto: la riforma assumerà una forma compiuta solo il prossimo anno. Ma la maggioranza già discute. È il Pd a spingere verso il cosiddetto modello tedesco. In pratica un passaggio dal sistema attuale, fatto di cinque aliquote per altrettante fasce di reddito, a uno schema personalizzato, più progressivo e con un’aliquota continua, non fissa. A differenza di quello italiano, il modello tedesco poggia su un algoritmo che calcola un’aliquota personalizzata tenendo in considerazione il reddito, la tipologia di lavoro (dipendente/autonomo/pensionato) e la situazione familiare (single/famiglia/famiglia con figli). In questo modo viene superata la logica dello scalone.

Il grande tema è da rintracciare nella configurazione dell’algoritmo, ma il principio teorico è che chi si ritrova oggi nella fascia più bassa di uno scaglione potrebbe pagare anche di meno, mentre chi si ritrova nella fascia più alta di più. Un po’ di meno e un po’ di più, in modo appunto progressivo. Tutto questo sistema, però, va calibrato non su tutti i redditi. Il modello tedesco, infatti, ha un’aliquota progressiva per i redditi che partono sopra la no tax area (circa 9mila euro) e arrivano fino a circa 50mila euro. Poi c’è un sistema a scaglioni, come quello italiano. La trasposizione di questo modello in Italia dovrebbe portare all’aliquota personalizzata per i redditi fino a 55mila euro o poco più giù (un’ipotesi è di fermare il nuovo schema a 40mila euro).

Il cantiere a via XX settembre è al lavoro. Sostenuto politicamente dai dem, ma avversato dai renziani. Dice ancora Marattin a Huffpost: “L’ossessione per il sistema tedesco è basata sulla percezione che attualmente l’Irpef sia poco progressiva. In realtà - come certifica uno studio di ricercatori della Banca d’Italia - esso è fin troppo progressivo, con aliquote marginali effettive superiori al 40% persino a livelli di reddito bassi, come 20.000 euro annui”. Ma la critica al modello tedesco poggia anche su altre motivazioni. “Con il sistema tedesco - spiega ancora Marattin - il cittadino non conosce il funzionamento del sistema fiscale: semplicemente inserisce il suo reddito in un computer, che dopo pochi istanti gli dice l’importo da pagare (speriamo non anche con un messaggio “oh, zitto e paga”). Noi crediamo invece che, specialmente venendo da un sistema fiscale estremamente complesso come quello attuale, abbiamo bisogno di semplicità, linearità e trasparenza”. Ecco allora che Italia Viva propone un minimo esente di 8.000 euro, via quasi tutte le tax expenditures, e solo tre aliquote. E l’assegno unico “che riassume e potenzia tutto il supporto alla famiglia”.

Poi ci sono i 5 stelle che insistono per avviare quanto prima la riforma fiscale, guardando però a un sistema che prevede la riduzione delle aliquote da cinque a tre, accorpandone due. Un sistema meno flessibile di quello tedesco. E soprattutto diverso da quello che piace al Pd. Il dato politico consegna una partita aperta e per questo il Governo, con molta prudenza, si è dato tempo fino a dicembre.

Prima, però, lo stesso esecutivo vuole dare un segnale di intervento sul fisco. Nella manovra da 40 miliardi (22 miliardi in deficit e circa 18 miliardi dal Recovery Fund) che arriverà ad ottobre, circa 10 miliardi dovrebbero essere impiegati per la proroga del taglio del cuneo fiscale per il 2021, ma anche per l’assegno unico per i figli e per gli sgravi fiscali, al 50% e al 100%, per le assunzioni. Secondo quanto apprende Huffpost da fonti di Governo di primo livello, all’assegno dovrebbero andare 6 miliardi, circa 2 miliardi al cuneo e altrettanti agli sgravi. Ma dire che si tagliano le tasse è un’altra partita. Ancora tutta da preparare e da giocare.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.