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Il Tar svela il fallo burocratico di Anac: D'Agostino torna presidente del Porto di Trieste

Claudio Paudice
Zeno D'Agostino che parla ai lavoratori all'entrata del porto (Photo: HP)

Una sentenza che smonta l’impostazione dell’Anac rivelando, a posteriori, un fallo interpretativo che ha messo a serio rischio l’Autorità portuale più strategica per l’Italia. Zeno D’Agostino da domani torna alla guida del Porto di Trieste. Il Tribunale amministrativo del Lazio ha accolto il ricorso del presidente dell’Autorità di sistema portuale (AdsP) contro la delibera (risalente a 4 marzo) con cui a inizio giugno l’Anac ne aveva disposto la destituzione. La cacciata di D’Agostino per via amministrativa ha subito fatto molto scalpore a Trieste, alimentando dure proteste e prolungati sit in dei lavoratori, ma ha avuto anche un forte riverbero nazionale: il manager portuale gode di un apprezzamento bipartisan e tutte le categorie che operano sui moli - terminalisti, spedizionieri, agenti marittimi, portuali, mondo delle imprese - riconoscendogli indubbi meriti per aver promosso uno sviluppo sia commerciale sia infrastrutturale senza precedenti, si sono scagliate contro l’Autorità Anticorruzione. 

L’Anac a inizio mese ha disposto la revoca dell’incarico di presidente a D’Agostino sulla base della legge 39/2013, un decreto attuativo della famosa Legge Severino votata nel 2012 a schiacciante maggioranza dal Parlamento, che vieta di assegnare un incarico di vertice della pubblica amministrazione se nei due anni precedenti si sono ricoperte cariche all’interno di società controllate dallo stesso ente o Pa. Proprio il caso di D’Agostino: quando nel 2016 è stato nominato alla guida del porto era anche presidente di Trieste Terminal Passeggeri, società detenuta al 40% dall’Autorità portuale che si occupa della gestione delle stazioni marittime passeggeri. La poltrona in TTP era di mera rappresentanza e non prevedeva compensi, né sono stati riscontrati colpa grave o indebito arricchimento per D’Agostino. Ma per l’Anac la legge era chiara e andava applicata.

D’Agostino, difeso tra gli altri dal giurista Guido Alpa, insegnante e mentore del premier Giuseppe Conte, ha quindi presentato ricorso al Tar del Lazio che oggi gli ha dato ragione: va reintegrato alla guida del porto. La sentenza contesta totalmente l’interpretazione di Anac della legge che ha attivato la revoca dell’incarico, offrendo così il destro a chi fin dall’inizio ha parlato di pasticcio burocratico. Per il Tar la disposizione di legge individua “tre presupposti per la sua applicabilità” che devono obbligatoriamente “sussistere congiuntamente”, altrimenti non può essere applicata. Senza entrare nel tecnico, per il collegio dei giudici manca uno dei tre presupposti, cioè che a conferire l’incarico (di presidente del Porto a D’Agostino) sia l’amministrazione pubblica che finanzia o regola l’ente di diritto privato (in questo caso TTP) in cui il destinatario dell’incarico abbia svolto incarichi nei due anni precedenti. Non è il caso in questione dal momento che la nomina all’Autorità portuale viene fatta dal Ministero dei Trasporti, di concerto con la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, che non regolano o finanziano le attività della TTP. Ragione per cui la decisione dell’Anac “difettava in radice” il requisito per revocare l’incarico e aveva come effetto piuttosto quello di “piegare uno strumento tipico per il raggiungimento di un fine atipico”.

Per la sentenza è quindi errato l’approccio dell’Autorità Anticorruzione alla legge come “norma generale a presidio del conflitto di interessi”, in quanto è volta più semplicemente a regolare casi specifici, come appunto quello di D’Agostino. La sentenza invece non affronta tutta la questione delle deleghe gestionali e del ruolo di mera rappresentanza alla guida di TTP sollevata da più parti in difesa di D’Agostino subito dopo la delibera Anac. Gli stessi giudici hanno poi rilevato come “la vicenda del contenzioso intercorso tra AdSP di Trieste e TTP quale esempio paradigmatico della obiettiva situazione di conflitto di interessi  in cui
si è trovato il dott. D’Agostino, in qualità di Presidente della parte attrice e, al contempo, della parte convenuta, sia tale da consigliare la ricerca di un possibile rimedio che, allo stato, non può che essere meditato in termini di ‘opportunità’”. Come a dire, il conflitto di interessi resta, quantomeno sul piano puramente formale.

Il porto giuliano ha vissuto - almeno fino all’arrivo del Covid - un periodo di fasti e nuovi traffici sotto la guida del manager. Nel trasporto su rotaia ha eguagliato per numero di treni Rotterdam (il primo porto commerciale europeo), potenziando la fitta rete ferroviaria interna, storica eredità di matrice asburgica, in ottica intermodale. Il manager ha colto al volo l’occasione offerta dalla Via della Seta cinese stipulando, insieme a Genova, un memorandum d’intesa con il colosso statale di Pechino CCCC per la creazione di piattaforme logistico/distributive collegate ai terminal. In funzione di questa partnership, D’Agostino ha ottenuto una corsia preferenziale per il commercio del Prosecco, prodotto d’eccellenza della regione, nel mercato asiatico. D’Agostino ha poi lavorato all’ampliamento degli spazi retroportuali e allo sviluppo di collegamenti con gli interporti dell’area. Sul fronte politico, in una audizione di novembre scorso alla Camera, ha messo in guardia i gruppi parlamentari sullo scontro tuttora in corso tra Roma e Bruxelles sulla tassazione Ires delle autorità di sistema, che a detta di molti rischia di aprire la strada alle privatizzazioni dei porti italiani. Nel pieno della crisi Covid, Trieste è riuscita a contenere il danno rispetto agli altri porti italiani, perdendo “solo” il 5% dei volumi di traffico complessivi nel primo trimestre rispetto a un anno fa.

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Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.