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Il vento del Nord sulla nuova Confindustria

Giuseppe Colombo

Quando il 31 marzo 2016 si andò alla conta finale per decidere chi sarebbe stato il successore di Giorgio Squinzi alla guida di Confindustria, Vincenzo Boccia si impose su Alberto Vacchi, l’imprenditore del fronte del Nord, per appena nove voti. Fu una vittoria mutilata, la certificazione di una spaccatura interna. La consapevolezza della fragilità interna era palese e lo stesso Boccia affrontò di petto il tema, promettendo che la ferita si sarebbe rimarginata. Quattro anni dopo quella ferita rischia di sanguinare ancora. Una fetta importante delle associazioni locali che compongono il grande carrozzone nazionale chiede discontinuità. Più Europa, meno Confindustria romana, vista come un ministero ingessato. Un ruolo più forte con il governo e soprattutto lontano da quell’avvicinamento che Boccia ha intrapreso con i 5 stelle. Volontà o auspicio che sia, è una tendenza così come è una tendenza il fatto che una fetta altrettanto importante di Confindustria, quella delle grandi aziende di Stato, sostiene una visione di continuità, valorizzando il lavoro fatto da Boccia. 

La grande corsa per la nuova Confidustria è già partita e il fronte che chiede un cambio di passo può contare già su un elemento di peso: 7 dei 20 membri che compongono il nuovo Consiglio generale di Confindustria sono espressione del Nord e la pensano allo stesso modo. Il Consiglio è l’organo di indirizzo politico, è il Parlamento di viale dell’Astronomia. Ha un ruolo importante nell’orientare i vari passaggi che porteranno all’elezione del nuovo presidente nel corso della prossima primavera. Il match si gioca e si infamma da subito. 

Ma cosa c’è dentro la pancia di questa parte importante del sistema Confindustria che punta a interrompere la linea della continuità che ha caratterizzato i mandati di Squinzi e Boccia, espressione delle grandi aziende di Stato e dell’apparato? Innanzitutto i territori. Ne fanno parte le imprese del Piemonte, i veneti, gli emiliani,...

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