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Illusione Biden per l’Europa

La Voce
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La presidenza Trump non è stata una parentesi. Anche con Biden non si tornerà al disegno multilaterale di Obama. L’Europa dovrebbe tenerne conto e proseguire sulla strada dell’autonomia strategica dagli Stati Uniti, in economia come nella geopolitica.

L’America del dopo-Trump

Per molti osservatori è forte la tentazione di ridurre l’esperienza della presidenza Trump a “un incubo” ora finito, come è capitato di leggere. A volte, però, a mente fredda, siamo consci che la causa del brutto sogno ha un fondamento di realtà. Un’autoconsapevolezza di cui le cancellerie europee, dopo le elezioni americane e l’indicazione di Joe Biden quale presidente eletto, avrebbero oggi un gran bisogno.

Infatti, anche se l’esperienza della presidenza Trump finirà presto (nonostante qualche colpo di coda ancora possibile da qui a gennaio), da europei dobbiamo essere consapevoli che con Joe Biden non ritornerà uno scenario da “back to Barack”. Non ritornerà perché 71,5 milioni di americani hanno comunque votato per Donald Trump, il secondo risultato elettorale più alto di sempre nella storia degli Stati Uniti (dopo Biden, ovviamente). Non ritornerà perché, nonostante quattro anni di Trump e nonostante la sua folle gestione della pandemia, la mappa elettorale continua ad avere piccole contee blu disperse tra vaste zone rosse: le aree urbane e suburbane dove si concentra la popolazione (bianca, nera o latina, importa sempre meno) di chi culturalmente e socialmente è meglio preparato alle incertezze del mondo di domani sono contrapposte ai grandi spazi dove batte il cuore dell’America rurale e tradizionale. Non ritornerà perché, contrariamente a quanto prevedevano i sondaggi, il Senato resterà quasi sicuramente in mano repubblicana, e dunque il processo legislativo sarà fatto di compromessi, non di grandi riforme.

Di tutto questo l’agenda programmatica di Biden dovrà tener conto. Del resto, lo ha detto lui stesso nel suo primo discorso dopo la nomina: è il momento di unire l’America, non di dividerla. Come ricordava in questi giorni David O’Sullivan, ex-ambasciatore europeo a Washington, bisognerà allora tenere conto che metà degli americani oggi desiderano che il paese si prenda lo spazio e il tempo per mettere ordine al proprio interno, affrontando i temi della deindustrializzazione e delle disuguaglianze economiche a questa associate, qui molto più marcate che in Europa; delle mai sopite tensioni razziali; del disagio sociale che il Covid contribuirà a esacerbare.

L’agenda Biden aprirà sicuramente al dialogo sui grandi dossier globali, dal commercio, al clima, alla gestione della pandemia, e questa è un’ottima notizia per il mondo. Ma se la promessa di unire l’America dovrà essere mantenuta, il dialogo che gli Stati Uniti saranno disposti ad aprire dovrà giocoforza partire da una visione americana più introspettiva, diversa dal disegno multilaterale di Barack Obama. L’uscita dal tunnel Trump ci consegna un paesaggio distante da quello che avevamo lasciato quattro anni fa.

Autonomia strategica dell’Europa

Destano dunque qualche preoccupazione i commenti che sono arrivati da fonte tedesca subito dopo l’elezione di Biden. Olaf Scholz, il ministro delle Finanze, ha auspicato il ritorno al multilateralismo, mentre Annegret Kramp-Karrenbauer, la ministra della Difesa, ha rimesso in discussione il concetto di autonomia strategica europea, il disegno chiave su cui le istituzioni europee hanno iniziato a basare la propria politica estera e di difesa comune nell’era Trump. Una strategia per cui l’Unione europea è pronta a collaborare con tutti, ma in modo autonomo e non subordinato, al fine di salvaguardare i propri specifici interessi sia in ambito geopolitico che economico, con le sfide green e digitali.

Ignorare, da parte europea, questa mutata esigenza americana, in un mondo in cui anche la Cina, come sancito dal recente Plenum del partito comunista, inserisce nel suo nuovo piano quinquennale l’idea di “autosufficienza” economica, tecnologica e di sicurezza nazionale, vuol dire inseguire un contesto globale che non esiste più e rischia di condannare l’Europa a essere (ancora di più) vaso di coccio tra vasi di ferro. Una miopia che in ultima analisi rischia di nuocere agli stessi interessi americani, che da una Europa più forte, assertiva e indipendente sul piano politico e militare avrebbero tutto da guadagnare in un momento in cui sono obbligati a rivolgere lo sguardo al loro interno.

Certo, nel breve periodo il velato ritorno all’atlantismo nostalgico fa comodo a molti. Alla coalizione di governo in Germania, perché la toglie dall’imbarazzo di dover essere obbligata a spendere per la propria difesa, regalandole magari anche l’illusione di una nuova apertura del mercato americano alle sue esportazioni. O a parti del sistema politico italiano, che muovendosi in subordine agli interessi dell’alleato americano sperano di recuperare centralità. La realtà, tuttavia, è oggi diversa: Next Generation EU è il nuovo “piano Marshall” concepito per risollevare l’Europa dalle ferite inflitte dalla guerra al Covid, mobilitando risorse pari a circa il 5 per cento del Pil europeo (contro circa il 2 per cento del piano Marshall originario). Ma è stato scritto a Bruxelles, non a Washington.

Di Carlo Altomonte

Autore: La Voce Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online