Ilva: dopo la chiusura di Taranto si rischia l’effetto-domino

Per anni si è taciuto e la fabbrica ha continuato a produrre. Tutti d’accordo: impresa, lavoratori, sindacati e politica. Poi, lo scorso 26 luglio, il gip di Taranto Patrizia Todisco dispone il sequestro, senza facoltà d’uso, dell’intera area a caldo dello stabilimento siderurgico Ilva facendo compiere al problema un salto di scala. I problemi connessi alla salute relativi ai quartieri adiacenti alle acciaierie dalla dimensione locale vengono elevati ad emergenza nazionale, facendo confliggere due diritti fondamentali: quello alla salute e quello al lavoro. I sigilli sono previsti per i parchi minerali, le cokerie, le aree agglomerazione e altiforni, le acciaierie e la gestione materiali ferrosi. Secondo il gip “chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”. Oltre al sequestro degli impianti Todisco dispone gli arresti domiciliari per otto dirigenti fra cui Emilio Riva, presidente dell’Ilva Spa fino al maggio 2010, il figlio Nicola Riva, succedutogli nella carica e dimessosi pochi giorni prima dell’arresto, Luigi Capogrosso, ex direttore dello stabilimento tarantino, Ivan Di Maio, dirigente capo dell’area del reparto cokerie, e Angelo Cavallo, responsabile dell’area agglomerato.

Dopo quattro giorni i carabinieri del NOE di Lecce notificano il provvedimento di sequestro che viene confermato il 7 agosto 2012 dal Tribunale del Riesame di Taranto: lo stop viene vincolato alla messa a norma dell’impianto. Ed è proprio in agosto che maturano i reati contestati ai sette dirigenti destinatari dei sette provvedimenti cautelari emessi negli scorsi giorni dal Tribunale di Taranto. A cavallo fra luglio e agosto, mentre la Procura continua le sue indagini, nelle strade monta la protesta. A essere scontenti non sono soltanto i lavoratori: i sindacati e la grande industria temono che l’eventuale chiusura dell’Ilva inneschi un pericoloso effetto domino su gli altri stabilimenti del gruppo togliendo posti di lavoro e importanti quote di mercato nell’industria metallurgica nazionale. Insomma, bisogna andare avanti. E con il beneplacito di una politica che si mantiene in posizione attendista, quando non ponziopilatesca, la dirigenza dell’Ilva procede. I provvedimenti cautelari delle ultime ore che hanno interessato, fra gli altri, il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante e l’attuale direttore dello stabilimento tarantino Adolfo Buffo sono dovuti a “inosservanza delle precedenti disposizioni dell'autorità giudiziaria”. I militari della Finanza hanno sequestrato tutta la produzione dell’Ilva negli ultimi quattro mesi, lastre di acciaio e coils, pronti per essere spediti alle industrie. Tutti prodotti realizzati in violazione della legge, dal momento che lo scorso 26 luglio era stato disposto il sequestro dell’area a caldo. Dopo quel provvedimento gli impianti non avrebbero dovuto più produrre nulla ma solo mantenere in sicurezza gli impianti quel tanto che fosse sufficiente a giungere alla bonifica.

Inevitabilmente, la nota con la quale l’Ilva ha comunicato “la cessazione di ogni attività nonché la chiusura dello stabilimento di Taranto e di tutti gli stabilimenti del gruppo che dipendono, per la propria attività, dalle forniture dello stabilimento di Taranto” ha innescato una reazione a catena della quale è difficile, ora, comprendere quali saranno le stazioni terminali. In più parti d’Italia gli operai dell’Ilva sono scesi in piazza. A Genova - dove ha sede la seconda unità produttiva per grandezza dopo quella di Taranto - una mobilitazione è arrivata al casello autostradale di Genova Ovest bloccandolo. Anche nelle altre sedi del gruppo a Novi Ligure (Al), Racconigi (Cn), Varzi (Pv) e Patrica (Fr) si stanno organizzando mobilitazioni, naturalmente, con numeri più contenuti.  

Nella bufera giudiziaria è finito Ippazio Stefano, sindaco di Taranto, indagato per omissione in atti d’ufficio, dopo che il consigliere comunale Aldo Condemi, il mese scorso aveva denunciato la mancata azione del sindaco a tutela della salute pubblica e la mancata costituzione di parte civile in un processo che si è concluso con la condanna dei vertici dell’Ilva. E se il sindaco è nella bufera, qualche refolo di vento sembra aver sfiorato anche il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, primo dei battuti nel primo turno delle primarie di domenica scorsa. Secondo il gip il governatore sarebbe stato condiscendente con la volontà, da parte dei vertici dell’Ilva, di rimuovere Giorgio Assennato dalla direzione dell’Arpa regionale, dopo la relazione, da lui sottoscritta, sul rapporto tra livelli d’inquinamento e produzione dello stabilimento. Vendola ha negato di aver “mai fatto pressioni” e, anzi, di avere “operato per la massima tutela dell’ambiente”.