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“Impoverimento spaventoso, serve il reddito di esistenza”. Intervista ad Aboubakar Soumahoro

·6 minuto per la lettura
Il sindacalista Aboubakar Soumahoro (Photo: FABIO FRUSTACI - ANSA)
Il sindacalista Aboubakar Soumahoro (Photo: FABIO FRUSTACI - ANSA)

Aboubakar Soumahoro, attivista sindacale e sociale, promotore della rete Invisibili in Movimento, risponde al telefono da Riace. Ha appena incontrato Mimmo Lucano per “meditare e pianificare” nuove azioni volte “parteggiare per i valori alti della vita”. Venerdì sarà alla Casa della Carità a Milano per lanciare la sua proposta di un reddito minimo sganciato dal lavoro: un reddito definito “di esistenza”.

Soumahoro, perché ritiene necessario un reddito minimo svincolato dal lavoro?

“A livello europeo abbiamo 85 milioni di persone che vivono in condizioni di impoverimento e marginalità. In Italia l’impoverimento è cresciuto in modo spaventoso, con 5,6 milioni di persone in povertà assoluta. Dietro a questi numeri, ci sono vite umane. In un quadro generale di parcellizzazione e precarizzazione costante e permanente del lavoro, aumentano forme spaventose di diseguaglianza. Attualmente ci sono 20,5 milioni di lavoratori che vivono in famiglie a rischio impoverimento sul piano europeo. Inoltre, c’è una disparità salariale di genere che è una vergogna da ricordare non solo l’8 marzo di ogni anno: mediamente, c’è una differenza del 15% tra i salari delle donne e dei loro colleghi uomini. Il contesto in cui viviamo è questo. C’è un problema di giustizia sociale che richiede proposte e strumenti concreti”.

In cosa è diverso il reddito di esistenza da quello di cittadinanza?

È diverso perché è svincolato dal lavoro. Solo uno strumento sganciato dal lavoro può permettere alle persone di esistere e respirare svincolandosi da una precarietà asfissiante. Allo stesso tempo, per restituire dignità al lavoro, è necessaria l’introduzione di un salario minimo: è quello che chiede anche l’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Il lavoro a cottimo, dai rider al mondo dell’informazione, è una forma di ricatto che fa della precarietà la sostanza della vita. È un problema che attraversa diversi settori, dai braccianti alle finte partite Iva. Il convegno di Milano è una tappa importante della comunità degli Invisibili, uno spazio di partecipazione popolare. Il prossimo appuntamento si terrà a Bruxelles il 16 ottobre: sarà il primo a livello europeo perché la battaglia per la giustizia sociale riguarda tutti”.

In questi giorni HuffPost sta dando spazio a un dibattito sull’opportunità di riscrivere un nuovo Statuto del lavoratori. Che cosa ne pensa?

“Penso che qui non si tratta di usare o coniare termini lessicali nuovi, ma di guardare la sostanza. Basta prendere l’articolo 1 della nostra Costituzione, che dice che siamo una Repubblica democratica fondata sul lavoro, per rendersi conto che la salute della nostra democrazia è verificabile a partire dalla condizione delle lavoratrici e dei lavoratori, quindi sul piano qualitativo. Sono i dati di cui abbiamo parlato prima a dirci che la nostra democrazia non gode di buona salute. Se partiamo da questi elementi, non c’è bisogno di creare nuovi statuti, ma di andare nella sostanza: cosa bisogna mettere in campo oggi?

L’Inps certifica che abbiamo 3,2 milioni di lavoratrici e lavoratori che percepiscono una paga di 6 euro lordi. Di questo stiamo parlando. Chi sostiene che introducendo il reddito minimo si indebolisce la contrattazione collettiva, secondo me, non vuole vedere il problema della crisi dell’autorevolezza della rappresentanza, un problema che riguarda sia la politica sia il mondo del lavoro. Chi si presenta come difensore dei diritti dei lavoratori deve calarsi nel mondo reale: ci sono intere fasce di lavoratori che non sanno cosa sia il sindacato, perché il sindacato non sa svolgere il proprio obiettivo di unire. La nostra Carta costituzionale non è stata applicata fino in fondo: non si può richiamare la Costituzione e poi tenere in piedi delle norme che nel corso di questi anni sono state un macigno in termini di tutela dei diritti della lavoratrici e dei lavoratori.

A volte, per eludere la gravità delle situazioni che ci sono, coniamo dei termini che in realtà sono una sorta di auto-assoluzione. Bisogna calarsi nel fango della miseria, mettere gli stivali dell’empatia e dell’analisi per andare nei luoghi della precarietà. Altro che nuovo Statuto… i lavoratori hanno bisogno che venga ridata una dignità sostanziale all’attuale Statuto dei lavoratori”.

Lei è molto vicino ai giovani ambientalisti di Fridays for Future. Quanto è stretto il nesso tra giustizia sociale e crisi climatica?

“Ci sono tra i 50 e i 125 milioni di persone a livello europeo che vivono in condizioni di povertà energetica, ovvero che non si possono permettere un comfort termico. Questo lo dice il Parlamento europeo. Allo stesso tempo, se andiamo a parlare di transizione ecologica nelle nostre periferie, le persone giustamente rispondono che non sanno come sfamare le loro famiglie. Allora la domanda è: a quali criteri risponde l’attuale politica europea sul piano della filiera agroalimentare? Ci interessa l’agro-business intensivo o un’agricoltura sostenibile e rispettosa della natura e della qualità del cibo che mangiamo? Quasi una settimana fa la Corte dei Conti europea ha messo in evidenza quanto la politica agricola comune – la Pac – abbia effetti negativi sulle risorse idriche dell’Europa, quindi anche dell’Italia. Il 70% delle acque idriche a livello mondiale è consumato in agricoltura, il 40% delle terre è impegnato in agricoltura. Tutto questo ha a che fare con quello che definiamo crisi climatica, perché il modello economico che è alla base di questo processo non tiene conto della tutela della natura. Dobbiamo immaginare un modello economico al servizio del bene, della comunità, della persona umana. Papa Francesco ha parlato di conversione ecologica... abbiamo assolutamente bisogno di una transizione socio-ecologica, di un approccio olistico e sistemico”.

Lei ha appena incontrato l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, su cui pesa una condanna in primo grado a 13 e 2 mesi. Molti lo hanno definito “un processo alla solidarietà”.

“A differenza di una certa politica che si è messa lì a commentare l’operato dei magistrati, io direi che il tema, qui, è di invitare quella stessa politica a non svolgere la funzione di commentatori o commentatrici degli eventi ma più che mai agire. Riace è semplicemente l’espressione di chi ha pensato l’accoglienza come strumento di auto-realizzazione ed emancipazione della persona umana, come stabilisce l’articolo 3 della nostra Carta costituzionale (“è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”). Dall’altra parte, abbiamo trent’anni di legislazione razzializzante che ha sempre considerato come degli oggetti gli esseri umani, in questo caso quelli definiti migranti. Lucano è dalla parte della Costituzione, dell’umanità, dei valori. La politica, anziché stupirsi, dovrebbe fare una cosa molto semplice: rimuovere quel tessuto legislativo all’interno del quale tutti si stanno muovendo. Quel tessuto ha un nome: è la Bossi-Fini; è il Decreto Sicurezza che è ancora in vigore nonostante il greenwashing; è la distruzione delle esperienze virtuose in ambito di accoglienza. Dobbiamo costruire umanità. Vogliamo architetti che costruiscano umanità anziché muri. Quello che manca alla politica, oggi, è la capacità di stare nella realtà, sentire l’odore della miseria, dello sfruttamento, della precarietà, accanto al profumo della speranza di una politica dei desideri”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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