Imu: quando e quanto si pagherà?

Sarà l’ultimo salasso fiscale dell’anno. Qualche giorno prima di zampone e lenticchie, panettone e spumante, arriverà, insindacabile come il Santo Natale, la seconda rata Imu. Una tassa indigesta “inventata” dal Governo Berlusconi nel marzo 2011 e resa operativa dal premier Mario Monti a partire da quest’anno per risanare le dissanguate casse dei comuni italiani. A un mese dal termine ultimo del 30 novembre per la dichiarazione dell’Imu 20 dei 103 comuni capoluogo non hanno ancora provveduto a fissare l’aliquota con la quale andrà calcolato il saldo dei singoli proprietari. Caf, patronati e commercialisti dei comuni tentennanti sono in allarme perché un ritardo nelle delibere relative alle aliquote costringerebbe tutti a fare gli straordinari vista la vicinanza fra le due scadenze di venerdì 30 novembre per la dichiarazione e di lunedì 17 dicembre per il saldo. Persino il ministro dell’Economia Vittorio Grilli è intervenuto in prima persona per dare la sveglia alle amministrazioni comunali più indecise: intervistato da Uno Mattina ha ribadito che chi non pubblicherà entro il prossimo 30 novembre la propria aliquota si ritroverà, d’ufficio, quella già decisa dallo Stato.

Già perché l’Imu – è bene ricordarlo – tiene conto di tre fattori: 1) una base stabilita dallo Stato in relazione ad aliquote ordinarie, 2) la possibilità per ogni Comune di modificare – come reso possibile dal federalismo fiscale - le aliquote da applicare nel proprio territorio di competenza, 3) i nuovi parametri per il calcolo della rendita catastale di ogni immobile. Per calcolare l’Imu si deve partire dalla propria rendita catastale rivalutata del 5% e moltiplicarla per un coefficiente fisso di rivalutazione (160 per abitazioni, box, magazzini e tettoie, 130 per terreni agricoli, 110 per terreni di coltivatori diretti e imprenditori iscritti alla previdenza agricola, 140 per scuole, uffici pubblici, caserme, laboratori artigiani, palestre e stabilimenti balneari, 80 per banche e assicurazioni, 60 per immobili produttivi e 55 per negozi e botteghe). Alla cifra ottenuta si deve applicare l’aliquota ordinaria/comunale con la seguente modalità: 0,4% per la prima casa e 0,76% per le altre proprietà di aliquota ordinaria che può essere aumentata o ridotta dai comuni dello 0,2% nel caso della prima casa e dello 0,3% per quanto riguarda le altre proprietà. Dunque il range dell’aliquota può variare tra lo 0,2% e lo 0,6% per la prima casa e lo 0,46% e l’1,06% per le altre proprietà. A giugno, per semplificare l’approccio alla nuova imposta, l’acconto era stato pagato con le aliquote base (0,4% per le prime case e 0,76% per le altre proprietà) ma a dicembre ogni comune deciderà per sé.

La Consulta dei Centri di Assistenza Fiscale ha inviato con largo anticipo agli 8mila comuni italiani “una precisa richiesta al fine di ottenere le delibere e i regolamenti approvati nonché eventuali altre informazioni che consentissero di anticipare ed agevolare l'inserimento delle aliquote per il calcolo del saldo” ma, a un mese dal termine ultimo, soltanto 1.500 di questi hanno risposto.

L’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani) assicura che nei primi giorni di novembre tutte le lacune verranno colmate. Intanto, in questa situazione di incertezza, la metà dei comuni che hanno comunicato le loro aliquote hanno modificato la cifra rispetto allo scorso giugno: 35 le hanno aumentate e 6 le hanno diminuite. L’imposta più cara nella categoria A2 (abitazioni di tipo civile) si pagherà a Torino, la metropoli più indebitata d’Italia che ancora sconta le spese faraoniche per la metropolitana e per l’appuntamento olimpico del 2006. Il capoluogo piemontese - così come altri 45 comuni - ha deciso di richiedere ai propri cittadini l’aliquota più alta spingendosi sino all’1,06% delle seconde case. Ma mentre l’attenzione di tutti si concentra sulle aliquote decise dai comuni c’è un particolare che passa quasi sotto silenzio: se si esaminano con attenzione i coefficienti fissi di rivalutazione si scopre come scuole, uffici pubblici e laboratori artigiani moltiplicano la loro rendita catastale per 140, mentre banche e assicurazioni si limitano a moltiplicare per 80. L’ulteriore conferma – se ancora ce ne fosse bisogno – di come nell’agenda del Governo dei tecnici la tutela degli investimenti sia prioritaria rispetto a quella dei beni essenziali.