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In India la partita sul ban alle criptovalute non è del tutto conclusa

Fabio Carbone

Lo scorso mercoledì la Suprema Corte indiana ha dato torto alla Banca Centrale dell’India (RBI), sostanzialmente affermando che il divieto agli exchange di criptovalute di esercitare la propria attività viola il principio alla libera attività imprenditoriale sancito dalla Costituzione indiana all’articolo 19, comma 1, lettera g.

La vittoria per la crypto community indiana sicuramente è solo parziale, ma potrebbe addirittura essere a tempo, perché il parlamento indiano potrebbe intervenire con una legge in linea con la costituzione e bloccare il commercio delle criptomonete nel grande paese asiatico.

Perché l’India vuole bloccare le criptovalute?

Se l’India intende bloccare le criptovalute, o più correttamente, se a voler bloccare i crypto asset è intervenuta la RBI, non è perché la Banca centrale è contraria al progresso, bensì conosce il regresso nel quale si trova l’India.

Un paese dove il quadro normativo è fermo all’epoca coloniale o è del tutto mancante. La giustizia fa enorme fatica a mandare avanti i processi e spesso giacciono per anni senza essere portati a conclusione.

In una situazione legislativa e di Giustizia così carente, il regolatore preferisce vietare piuttosto che regolamentare poiché la situazione non consentirebbe il controllo e il rischio per il consumatore finale è quindi troppo alto.

Un esempio è dato dalla truffa OneCoin organizzata in India da un gruppo di 18 persone, le quali riuscirono a portare via dal paese 11 milioni di dollari prima che le autorità potessero rendere effettive le misure di sequestro: solo 4 milioni di USD furono sequestrati ai truffatori.

Tra il 2017 e il 2018, poi, numerose ICO scam hanno colpito i piccoli villaggi dell’India dove le conoscenze culturali generali ancora scarseggiano e le truffe di ogni genere trovano terreno fertilissimo.

SEBI è la speranza

C’è però una speranza in questa situazione di arretratezza e si chiama Securities and Exchange Bord of India (SEBI), questa autorità è l’equivalente della SEC e della CFTC degli USA. Ma in questo caso si tratta di un ente unico che ha potere decisionale su tutti gli strumenti finanziari vecchi e nuovi, quindi niente rimpallo o litigi sulle competenze.

SEBI potrebbe ora intervenire e regolamentare l’uso del bitcoin e del commercio delle criptovalute in India.

Se ciò dovesse verificarsi, i tempi di approvazione potrebbero non essere poi così lunghi e la normativa una volta approvata varrà per l’intero territorio che conta 1,3 miliardi di persone. Gli Stati Uniti con i loro 52 stati e 52 leggi si ritroverebbero indietro nel giro di poco.

La blockchain è apprezzata in India

Anche la blockchain trova favori in India, grazie al lavoro condotto dal Ministero dell’IT, che progetta la costituzione di un hub di sviluppo dedicato ai giovani talenti indiani.

Il documento ha messo in luce appunto la mancanza di leggi, di un quadro normativo che favorisca gli investimenti nel settore. Gli investitori ci sono e provengono anche da fuori, provengono dagli USA, serve solo una legge chiara e favorevole.

Criptovalute in cerca di una patria accogliente

Se le tecnologie DLT e il protocollo blockchain sembrano non incontrare molti ostacoli da parte dei governi, tanto che anche la Cina permette ad un’azienda di sperimentare e costruire propri prodotti a patto che non creino token, criptovalute o qualsiasi altra cosa che somigli a una moneta digitale decentralizzata, le criptovalute non trovano invece patria.

O meglio trovano patrie che le accolgono parzialmente o con forti restrizioni. La Corea del Sud di recente sembra finalmente averle accolte, ma con molte limitazioni.

Tutti hanno paura della decentralizzazione, del fatto che la moneta e la politica monetaria non possono più essere gestite dai governi. Questo è il vero problema ed è un cambiamento che richiede tempo.

This article was originally posted on FX Empire

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