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Industria metalmeccanica, 70 mila posti di lavoro a rischio

(Adnkronos) - Se il settore metalmeccanico mostra complessivamente una robusta resilienza alla crisi economica in corso, alcuni settori, quelli più energivori, essenzialmente auto ma anche elettrodomestico e siderurgia, segnano invece, nei primi 6 mesi del 2022, una evidente situazione di sofferenza: sono infatti passati a 70.867 i lavoratori a rischio, coinvolti in situazioni di crisi, tra cig e avvio di procedure di licenziamento: erano 54.712 al 31 dicembre scorso, ora sono 16.155 in più, 32 mila solo nel settore automotive. A presentare la fotografia di un'industria meccanica che sembra avere assorbito meglio del previsto gli shock sulle materie prime e l'aumento dei costi energetici causati dal conflitto in Ucraina ma che denuncia "crepe e difficoltà crescenti in particolari ma importanti filiere produttive", è un Rapporto Fim, le tute blu della Cisl guidate da Roberto Benaglia.

Una radiografia quasi millimetrica dello stato di salute dell'industria meccanica che registra circa 170 vertenze regionali e stima 7.461 posti di lavoro a rischio causa crisi finanziarie; 2.194 posti 'travolti' da processi di delocalizzazione; 3.450 legati all'impatto della guerra Russia-Ucraina; oltre 34mila per effetto delle crisi di settore in corso; 3.597 posti che ballano causa crisi dell'indotto e circa 9.313 quelli legati agli effetti sulle aziende della crisi di materie prime.

Le attuali difficoltà dell'economia globale per effetto della guerra in Ucraina, precedute solo di poco da quelle legate alla pandemia, hanno dunque moltiplicato il costo dell’energia incidendo maggiormente su quei settori a più alto utilizzo: "tutti fattori che insieme stanno compromettendo la ripresa di settori strategici, come quelli dell’elettrodomestico, della siderurgia e dell’automotive, mettendo in crisi molte piccole e medie imprese legate all’indotto", annota la Fim che relativamente all'automotive ricorda come pesi "l’estrema debolezza nelle vendite di auto, disorientata anche dalla scelta dell’Ue nel mese di giugno di fermare la produzione dei motori endotermici nel 2035 in tutt’Europa, nonché l’andamento a singhiozzo nella fornitura di semiconduttori".

Da qui, prosegue il sindacato, una serie di crisi conclamate nonché di fermi produttivi nei principali stabilimenti del Gruppo Stellantis (Melfi, Cassino, Pomigliano, Sevel) e conseguentemente dell’indotto, con un aumento della richiesta ammortizzatori sociali.

"L’automotive e la componentistica correlata sono nel nostro panorama, la filiera sta aumentando le sofferenze industriali ed occupazionali. Anche elettrodomestico e componentistica dell’aerospazio costituiscono, in subordine, due ulteriori filiere che mostrano affanno. E aumentano le aziende, soprattutto di media dimensione, con crisi finanziarie. Il quadro che emerge, pertanto, non è drammatico ma richiede con urgenza la definizione di politiche industriali di sostegno ai settori in difficoltà, a partire dall’automotive, come chiesto più volte, anche congiuntamente con gli altri sindacati e Federmeccanica", commenta il leader dei metalmeccanici della Cisl, Roberto Benaglia. "Ci preoccupa anche il possibile rallentamento dell’economia mondiale e gli effetti sulla manifattura dei preannunciati rialzi dei tassi di interesse. Decisivo sarà poter contare sulla stabilizzazione delle catene di fornitura e sul contenimento dei costi energetici. Ma la vera partita riguarda il sostegno alla manifattura. In questo senso il Pnrr è poco orientato all’innovazione dell’industria italiana e vanno accelerati e aumentati gli sforzi e gli strumenti in tal senso. La politica industriale è un tema sempre più moderno e centrale. Governare le transizioni, a partire da quella ambientale, è un fattore critico e decisivo sul quale l’Italia si mostra arretrata", conclude

(di Alessandra Testorio)

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