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Inflazione al 2% e petrolio fanno presagire un Consiglio Bce vivace

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Image from askanews web site
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Roma, 1 giu. (askanews) - Si profila un Consiglio direttivo interessante la prossima settimana alla Bce, con l'inflazione balzata al 2% a maggio e il petrolio che, sospinto ai massimi da due anni a questa parte, minaccia di impartire ulteriori pressioni a un quadro rialzista delle materie prime, che da settimane e mesi sta mettendo in affanno le imprese in questa delicata ripresa post crisi.

Il dato dell'inflazione di maggio conferma l'inversione di tendenza dopo la fase di calo innescata da chiusure e lockdown decise contro la diffusione del virus Covid. Lo scorso dicembre l'inflazione nell'area euro era infatti arrivata al meno 0,3% annuo, successivamente è velocemente risalita in parallelo alla ripresa globale: gennaio e febbraio più 0,9%, marzo più 1,3%, aprile più 1,6% e ora un 2%. Secondo Eurostat tra aprile e maggio i prezzi hanno segnato un più 0,3%.

A spingere è soprattutto la voce energia, con un più 13,1% annuo, laddove le altre componenti segnano valori quasi sempre inferiori all'1%, salvo i servizi (+1,1%). L'inflazione al netto delle voci più volatili, come l'energia appunto, ma anche alimentari, tabacchi e bevande resta su valori ben più mesti, più 0,9% annuo a maggio anche se in rafforzamento dal più 0,7% di aprile. Il prossimo direttorio della Bce si svolgerà il 9 e 10 giugno.

E sulla voce energia va rilevato che proprio oggi i prezzi del petrolio hanno accelerato la risalita ai massimi da due anni a questa parte, dopo che il cartello allargato degli esportatori ha confermato sull'immediato il percorso di limitato allentamento delle restrizioni all'offerta deciso nei mesi scorsi. Il barile di Brent, il greggio di riferimento del mare del Nord ha guadagna quasi 2 dollari riportandosi sopra quota 71 dollari, con un picco a 71,34, per la prima volta dal maggio del 2019. Il West Texas Intermediate è balza di oltre 2 dollari con un massimo poco sotto quota 69 dollari e in questo caso è sui massimi dall'ottobre del 2018.

Domani Eurostat pubblicherà i dati sui prezzi produzione nell'area valutaria ad aprile. La Bce ha il compito di garantire la stabilità dei prezzi, che viene definita come una inflazione inferiore ma vicina al 2% sulla media di 18-24 mesi. Ora potrebbe diventare più impegnativo sostenere la tesi secondo cui la recente risalita inflazionistica, specialmente negli Usa ma anche in Europa, è causata dalla reazione del rapporto domanda-offerta a carenze di approvvigionamenti globali, a loro volta determinate da previsioni errate da parte di molti player economici. Ma che non ha nulla a che fare con l'economia reale e con la "vera" inflazione, che al momento resta orientata a una prospettiva debole.

Questo, almeno, è il quadro che di recente ha sostenuto il capo economista dell'istituzione, Philip Lane, ricordando peraltro che nelle previsioni del marzo scorso sul 2023 l'inflazione era indicata ad un limitato 1,4%, ben sotto l'obiettivo dell'istituzione. Gli ultimi sviluppi renderanno ancora più rilevanti le nuove previsioni che i tecnici della Bce aggiorneranno il 10 giugno, in concomitanza con il direttorio.

Intanto, ieri, nelle considerazioni finali alla relazione annuale della Banca d'Italia, il governatore Ignazio Visco, che come tutti i suoi omologhi dell'area euro siede nel Consiglio Bce, avvertiva come l'orientamento della politica monetaria debba restare "ampiamente accomodante, nella consapevolezza che siamo ancora lontani da tassi di inflazione congruenti, nel medio periodo, con l'obiettivo della stabilità".

E che questo significa anche "il pieno utilizzo dei programmi di acquisto di titoli già definiti", in riferimento al Pepp. Ma le sue argomentazioni potrebbero essere contrastate da coloro che tradizionalmente spingono per una linea più restrittiva in politica monetaria, specialmente gli esponenti di Germania, Olanda e altri Paesi del nord Europa. Tenendo anche conto che in Germania il caro vita è già al 2,4% (e in Austria al 3%, mentre in Italia è all'1,3%).

Intanto i dati sul bilancio dell'Eurosistema hanno mostrato che la scorsa settimana sono tornati a moderarsi gli acquisti di titoli anticrisi e non solo. Il ritmo di acquisti netti di bond con il programma antipandemico Pepp della Bce, che però materialmente viene condotto per la maggiore dalle banche centrali nazionali, si è limato a 20 miliardi di euro (25 mld lordi di bond rilevati a fronte di 5 mld di titoli giunti a maturazione).

L'ammontare di titoli accumulati con il Pepp ha raggiunto 1.094,8 miliardi di euro, rispetto a una dotazione massima di 1.850 miliardi prevista durare fino a fine marzo 2022. Nella settimana chiusa il 21 maggio gli acquisti netti di titoli con il Pepp erano stati di 21,6 miliardi di euro.

Inoltre, con il programma Pspp, preesistente alla crisi, Bce e Eurossitema hanno effettuato acquisti lordi di soli titoli di Stato per 5,5 miliardi di euro. Ma a fronte di bond giunti a scadenza per 8,9 miliardi. Gli acquisti netti del Pspp sono stati quindi negativi per 3,4 miliardi di euro.

Sui diversi programmi di acquisti di bond di emittenti private gli acquisti netti sono stati anche in questo caso negativi per 1,3 miliardi di euro. Complessivamente, gli acquisti netti di titoli effettuati "dalla Bce" nella settimana chiusa il 28 maggio sono stati quindi pari a 15,3 miliardi di euro, a fronte di 28,3 miliardi la settimana precedente.

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