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Inflazione, banche centrali non si fidino troppo di previsioni mercato

·4 minuto per la lettura
Banconote di diverse valute a Francoforte

FRANCOFORTE (Reuters) - Gli investitori stanno prezzando tassi d'inflazione a record da decenni sia negli Stati Uniti sia mella zona euro, ma i banchieri centrali farebbero bene a prendere con le pinze queste aspettative, visti i difetti dell'indicatore.

Il tasso swap sull'inflazione di pareggio a 5 anni -- il cui valore indica le attese degli investitori sull'inflazione media a 5 anni e per i successivi 5, abbreviato come '5y5y' -- ha toccato 2% nella zona euro e nel caso degli Usa livelli ancora superiori, obiettivo Bce e di Federal Reserve.

Entrambi gli istituti centrali dovrebbero quindi cantare vittoria e iniziare ad alzare i tassi? [GVD/EUR]

Non ancora.

Entrambi gli indicatori, che misurano in linea di massima il compenso che chiedono gli investitori per assumersi il rischio dell'inflazione su un periodo di 10 anni, non sono infatti perfettamente attendibili.

Per cominciare hanno uno scarso 'track record' nel prevedere l'inflazione, mentre hanno una misteriosa correlazione con le oscillazioni dei prezzi del greggio.

E' un fenomeno che supera la logica economica: da un lato il prezzo di un barile di greggio da consegnare nel breve termine e dall'altro un tasso a lungo termine sull'inflazione.

La correlazione potrebbe avere a che fare con un meccanismo interno dei mercati finanziari, dove alcuni investitori usano prodotti indicizzati all'inflazione a copertura di altre operazioni.

"Il 5y-5y potrebbe essere un buon indicatore per prevedere l'effettiva inflazione futura? Non credo, perché è correlato ai futures sul petrolio, che non permettono di fare buone previsioni" spiega Ilia Bouchouev, managing partner di Pentathlon Investments e docente alla New York University.

La società in cui lavora appartiene a una nicchia di hedge fund che cercano di sfruttare questa correlazione scambiando simultaneamente futures sul petrolio e swap sull'inflazione quando i prezzi divergono.

Inoltre, i bassi volumi di scambio sui contratti swap 5y5y nel caso della zona euro dimostrano come un numero relativamente piccolo di operatori possa influenzarne il prezzo, che può anche essere distorto dalle turbolenze generali del mercato.

La Bce è da tempo consapevole di queste e di altre limitazioni.

Già nel 2006 Francoforte aveva affermato che gli swap sull'inflazione "non dovrebbero essere interpretati come aspettative dirette del mercato sui futuri tassi di inflazione" e la scorsa estate è giunta alla conclusione che "difetti di mercato" sono responsabili per 30 punti base della flessione di 100 punti base del 5y5y dal 2008 a questa parte.

La situazione del 5y5y Usa non è migliore. A differenza dell'indicatore della zona euro si basa sul cosiddetto tasso di breakeven -- lo spread tra il rendimento dei Treasury indicizzati all'inflazione e le loro controparti nominali.

Considerato che Federal Reserve possiede quasi un quarto dei Tips (Treasury Inflation-Protected Security) in circolazione e oltre un quinto dei Treasuries sottostanti, a detta di alcuni investitori il 5y5y stia perdendo importanza come indicatore.

"Il pricing di breakeven è in un certo senso controllato, e questo a mio parere indica che si tratta di un meccanismo imperfetto per poter avere un'idea delle vere aspettative di inflazione del mercato o anche per fare perfettamente 'hedging' contro l'inflazione" dice in un podcast Sonal Desai, responsabile degli investimenti per Franklin Templeton Fixed Income.

METTERSI NEI GUAI DA SOLI

I banchieri centrali sembra si siano messi da soli nei guai.

Nel 2014, l'allora presidente Bce Mario Draghi ha scatenato l'ossessione del mercato sul 5y5y, elevandolo a misura preferita della banca centrale sulle aspettative di inflazione in un discorso che preparava il terreno a un massiccio piano di acquisto di obbligazioni.

Questo potrebbe aver contribuito al fallimento dell'indicatore sulla base della legge di Goodhart.

Secondo tale legge, che prende il nome da Charles Goodhart, economista britannico ed ex funzionario Bank of England, ed è stata in seguito riformulata dall'antropologa Marilyn Strathern: quando una misura diventa un target cessa di essere una buona misura.

Il capo economista della Bce Philip Lane e Isabel Schnabel, consigliere esecutivo, hanno iniziato a integrare nell'indice la probabilità, implicita nei prezzi delle opzioni, che l'inflazione rientri in determinati range.

Si fa anche riferimento alle previsioni effettuate da economisti in carne ed ossa incaricati dalla stessa Bce.

Secondo un sondaggio Reuters, l'inflazione della zona euro si attesterà a 1,8% l'anno prossimo, 1,6% nel 2023 e nel 2024 -- numeri che non soddisfano ancora le condizioni di un rialzo dei tassi da parte della Bce, che richiede una crescita stabile dei prezzi al 2%.

Per parte sua, Federal Reserve ha persino creato un indice sulle aspettative di inflazione che fonde sondaggi e prezzi di mercato.

Eppure sia la presidente Bce Christine Lagarde sia il presidente Fed Jerome Powell citano regolarmente le aspettative basate sul mercato, indicandone la rilevanza.

I sondaggi possono effettivamente essere isolati dalle turbolenze del mercato, ma presentano anche alcuni svantaggi, quali un campione limitato e una frequenza relativamente bassa.

"Alla fine, tutti gli indicatori hanno dei limiti, quindi meglio basarsi sulle prove" commenta Fritzi Koehler-Geib, capo economista di KfW.

(Tradotto in redazione a Danzica da Michela Piersimoni, in redazione a Milano Sabina Suzzi, michela.piersimoni@thomsonreuters.com, +48 587696616)

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